lunedì 3 ottobre 2011

gelmini: molti neutrini, pochi neuroni

Ho passato nove anni della mia vita lavorando all'università, come 'assistente'. Un mestiere che non esiste.
Dopo la laurea, la carriera universitaria non mi era parsa una via percorribile. Poi, trovato un lavoro che mi permetteva di gestire un po' del mio tempo, lo è diventata: e in quel momento qualcuno mi ha chiamata.

Una vera fortuna.

Sono iniziati lì, i nove anni.
Lungo la via, tutto bene. Il tempo scorreva veloce come accade del tempo che si sente impiegato utilmente, e mi piaceva, e ne sono grata, nonostante tutto quel ch'è successo durante e poi, a chi me l'ha permesso.

Chi me l'ha permesso ha però permesso anche che si svolgesse un tipico rituale di sfruttamento a catena, basato sull'amicizia e sulla fiducia, sulle vaghe promesse e, ahimé, sulla mia disposizione ad ascoltare l'altrui continuo piagnisteo, le chiacchiere e i progetti personali di qualcuno di altamente inattendibile, inaffidabile. Comunque sia, il problema non è stato che costui fosse matto, ma che intorno ci fosse l'indifferenza più totale ai meccanismi personalistici con i quali sono stata 'assunta' e 'licenziata'.

Quando l'ho capito, cessata la mia pazienza, entrata in crisi l'amicizia, interrotto il pur modico flusso di denaro che ricevevo, il mio 'rapporto di lavoro' si è concluso, di botto e senza appello.

Mi sono messa a fare un dottorato, con la borsa. Tre anni di ricerca pagata, fa nulla se non era una paga da nababbi. È stato bello. Mi è sembrato di percepire anche della solidarietà.

Ma la solidarietà, nella classe universitaria, è una chimera. Raramente è diversa dalla protezione di una casta. E io ne ero fuori, come la maggior parte dei precari.

Sono stati tre anni intensi, ma altri tre anni di illusioni. Mi sembrava di nuovo di vivere in un paese possibile, dove esistessero regole a tutela del lavoro delle persone.

Nel frattempo, è passata la mannaia di questo Governo: fine dei concorsi, fine delle sostituzioni per i tanti che vanno in pensione. Ma non è più di me che voglio parlare.

Vanno dette alcune cose. Primo: l'assistente, il lavoratore che non esiste, ha tenuto spesso le fila, o ancora le tiene, dell'andamento di un corso, sorvegliando la smemoratezza del docente, rispondendo alle sue email, correggendo le tesi che lui/lei non leggeva, dando supporto, tenendo lezioni tappa-buchi. Tutto questo sulla base di una relazione di fiducia che mescola(va) informalmente privilegio e sfruttamento.

La riforma Gelmini ha avuto un triste “pregio”: accelerare la presa di responsabilità da parte di molti docenti che, di fronte all'impossibilità di pagare e poi piazzare i loro aiutanti, han deciso di far da soli.
In realtà, la riforma non ha fatto che accelerare il processo già in atto di riduzione dei contratti e delle borse e regolarizzazione dei compensi simbolici, destinati a chi se li può permettere. E confermare il destino dei ricercatori: fare i professori – con poco o nessun tempo o denaro per la ricerca – a vita, pagati assai meno di quelli 'veri', a tal mestiere deputati.

Tagliate molte discipline, accorpate altre – a volte anche con buone ragioni – i grandi privilegiati, cioè i professori già strutturati, e i piccoli privilegiati, cioè i ricercatori, si sono sobbarcati di un po' di lavoro in più, mentre molti contrattisti andavano a casa. Gli altri, i contrattisti rimasti, sopravvissuti alla mannaia, chi sono?
Sono i volontari di lusso, i volontari dell'eccellenza: eccellenza in cambio di prestigio. Intellettuali in carriera o pensionati con un reddito alto, che permette loro di aggiungere al loro curriculum una 'perla': il fatto di insegnare all'università. "Tuttogratis", o tutt'al più per un piccolo emolumento, una sorta di rimborso spese.

Fuori dunque gli sfruttati di buona volontà, i neolaureati, i dottorandi, gli studenti, i giovani studiosi capaci di barcamenarsi in qualche modo con due o tre lavoretti. In una parola: fuori i giovani.

Dentro chi ha già un reddito sicuro. Così la Gelmini risana il sistema ed evita lo sfruttamento! Anche Napolitano ha protestato contro la normativa, contenuta nell’articolo 23, sui contratti di insegnamento riservati agli 'esperti': la riforma chiede che per diventare professore a contratto (gratuito) si abbia un reddito esterno da quello universitario di almeno 40.000 euro lordi, una proposta pensata del resto, pare, da quei geni del PD, che quando mettono le mani nella cultura (vedi Veltroni) ne combinano di tutti i colori. Le intenzioni erano naturalmente buone, mettere fine alla pratica definita «precarizzare i ricercatori».

Come ha notato Napolitano, però, la norma introduce una limitazione oggettiva (il reddito) ai requisiti di carattere scientifico e professionale. E io aggiungerei: non la introduce, la radica e la legalizza ancora di più, perché il nostro sistema universitario è basato da sempre, tacitamente, sul reddito: da sempre, se non hai i soldi e quindi anche le conoscenze giuste, nell'università fai fatica, e se sei tenace arrivi al massimo al dottorato. Da sempre dovevi avere un po' di agio economico per poterti permettere la gavetta gratuita, unico modo per farsi davvero conoscere e 'misurare' da qualche docente, per essere introdotto alle persone che contano. E c'è da vincere concorsi, borse, posti. Ogni concorso è una possibilità per quelli che contano di usare il loro potere, manipolando le carte. Diventi merce di scambio.

Certo c'era anche il buonsenso di molti professori che almeno tentavano di operare, pur sulla base di queste premesse, la selezione dei migliori, e di accompagnarli lungo un cammino di acquisizione di strumenti, di saperi, di esperienze, preparandoli e promuovendoli all'interno della comunità scientifica.

Oggi stravincono i contratti a pochi euro, il risparmio totale, appoggiato sul senso del dovere o sulla fame di prestigio di professionisti e pensionati benestanti, i nuovi docenti a contratto gratuito.
La via per i giovani, e per i numerosi 'vecchi' come me che non sono ancora riusciti a entrare, è quella dei concorsi per ricercatore a tempo determinato e successiva, eventuale, conferma: un meccanismo studiato per garantire la possibilità di licenziamento finale, non certo la preparazione e la qualità. Comunque di concorsi non se ne vedono.
Quindi il problema non si pone.
I ricercatori, come detto non ricercano.
Gli studi umanistici e spesso anche quelli scientifici sono desolantemente fermi, o si muovono con tale parsimonia da prefigurare un'agonia.
La verità è che il sistema che assegna zero valore al merito e alla cultura ha ripreso vigore, con la scusa della crisi.

Ma non sono i denari a mancare, bensì proprio il riconoscimento di un valore.
È per questa assenza che non arrivano soldi ed energie pulite alla cultura. Manca totalmente il riconoscimento del valore morale, civile, interiore, umano, spirituale della cultura medesima: ed è questa stessa assenza che pompa il riconoscimento fasullo, ipocrita, l'osanna ai professori che vanno in tv, che scrivono sui giornali, che sanno vendere bene la loro immagine, che alzano la voce.

Manca il modo di utilizzarla, la cultura, nei suoi veri obiettivi. Manca la possibilità di trasmetterla con dignità. Mancano le case editrici che pagano, i periodici che pagano, gli sponsor privati che permettono vere operazioni culturali e non mediatiche, e poi mancano le risorse, gli strumenti, le leggi affinché le università, le amministrazioni comunali, le biblioteche, le case della cultura, gli istituti di studio e di ricerca promuovano il lavoro culturale e lo paghino il giusto, permettendo ai 'colti' di farsi trasmettitori sereni, né ricchi né poveri, né privilegiati né emarginati.
Manca l'appoggio alle cose fatte bene, con serietà, impegno, lentezza, analisi, passione.

Si foraggia, invece, un sistema di sfruttamento in cui la cultura è merce facilmente contabilizzata, in crediti per laurearsi, in punti per i concorsi: stranamente, a questi punti corrispondono somme precise ed elevate, quando si tratta di 'comprare' cultura: vuoi una laurea? Un master? Il sistema attuale facilita enormemente chi abbia il denaro sonante per acquistarla attraverso un bel corso privato, magari online. Vuoi 'venderla'? Beh, allora le cose cambiano. Se sei un venditore puro, un grossista, sei a posto. Ma se sei un trasmettitore di cultura, un piccolo produttore o un venditore al dettaglio, allora non resta che la svendita per pochi spiccioli. O la prostituzione per poche speranze.

giovedì 9 giugno 2011

referendum, parco agricolo di expo e altre faccende

Ieri è andata in scena la presentazione del libro di Ragghianti. Si è parlato di collegamento fra attenzione per i beni artistici e consapevolezza dei dati, dei numeri, dei fatti che riguardano la società civile; si è parlato di collegamento fra la cultura e la realtà, che poi è determinata nella sua forma dalla cultura o incultura che la governa: se n'è parlato pur senza parlare, apparentemente, di politica, pur senza nominare la parola messa all'indice, 'ideologia', perché questi sono i nostri tempi, ci sono parole che fanno paura o dan fastidio, temi che annoiano. Ma 'ideologia' non vuol dire altro che insieme strutturato di idee, pensieri, che a volte son parsi tanto belli e importanti da consentire a qualcuno di usarli come un'arma terribile, per prendere un potere e abusarne, e questo è il loro pericolo, ma sono idee, cose, insomma, da non rinunciarci.

Possiamo continuare ad avere delle idee, sembra dire il non comunista Ragghianti nei suoi cinquant'anni di scritti. Si è parlato, mi è parso, anche di quel signore anziano che tre giorni fa in una piazza piena di gente ho sentito dire che il patrimonio di conquiste sudate da tante persone della sua età e da quelli che sono morti, conquiste che poi consistevano soprattutto nel diritto ad avere una voce nel proprio paese, non va gettato, e anche quello è un patrimonio da tutelare.
Quello stesso signore ha raccontato che per questo referendum, per i cinque milanesi oltre ai quattro nazionali, ha convinto sua suocera a recarsi ai seggi. Sua suocera ha 96 anni.

Avevo pensato a uno slogan per oggi e domani: CONVINCI UNA NONNA! Ma forse non ce n'è bisogno. I nonni e le nonne sono più pronti di noi. Allora, semplicemente, NON C'E' DUE SENZA TRE! ABBIAMO FATTO TRENTA, FACCIAMO TRENTUNO! Oppure CONVINCI TUA SUOCERA, qualunque età essa abbia. Promuoviamo questo referendum, la sacrosanta partecipazione dei cittadini è la prima difesa della salute delle idee.

I quesiti nazionali son più noti. Ecco invece il link in cui chi sostiene le ragioni dei sì di quelli comunali spiega di che cosa si tratta:

http://www.milanosimuove.it/wordpress/quesiti

Ed ecco, per il terzo quesito cittadino, quello che dice Milena Gabanelli, in chiusura di una puntata di Report, in cui i protagonisti del progetto del 'parco agoralimentare' che ora rischia l'affossamento sviscerano la questione:

In questi 3 anni tutto quello che si è deciso è che i terreni agricoli, valgono 10 volte tanto perché il progetto per cui l’Expo è stata destinata a Milano probabilmente cambia. Che cos’era questo progetto? Un’idea straordinaria, per una volta l’avevamo avuta noi, l’esposizione dell’agricoltura di tutto il mondo. Esponi il capitale naturale, ricostruendo i microclimi, lungo un chilometro con le coltivazioni dalle Filippine a quelle del Ghana dove vedi le piante del cacao,
del caffè, del tè che dall’altra parte degusti o acquisti. Un evento di formazione culturale,spettacolare e di business, ripetiamo lungo un chilometro, su un terreno agricolo che rimane tale anche quando finisce la fiera perché diventa permanente. Questo progetto è troppo rivoluzionario. Si preferisce il supermarket del cibo e i tradizionali padiglioni e quando la fiera finisce si smobilita e si edifica. A meno che il nuovo sindaco, che dovrà correre perché fra 4 anni si inaugura e c’è ancora tutto da fare, non abbia il coraggio del nuovo.

mercoledì 1 giugno 2011

ragghianti al museo del novecento: la tutela dei beni culturali

questa volta non un'invettiva, ma cinquant'anni di invettive, dati, documenti, ragionamenti, appelli, iniziative pubbliche e proposte di un grande storico dell'arte a difesa del patrimonio artistico, culturale e ambientale d'Italia. Col vento arancione sarà una serata ancora più bella. Presentano Carlo Bertelli e Flavio Fergonzi, Museo del Novecento, Milano, ore 18.00: vi aspettiamo! (cliccate sul titolo)

martedì 31 maggio 2011

buon Pisapia a tutti!

Sotto sotto non ho mai smesso di essere un pochino orgogliosa della mia città, di credere nella vitalità delle forze che in questi vent'anni non solo hanno resistito al razzismo e agli ingranaggi del capitalismo più menefreghista, ma sono addirittura cresciute, hanno trovato nonostante tutto l'energia per mantenere il filo della cultura e della generosità. Fra queste, per esempio, anche alcune ottime iniziative del Leoncavallo, come La Terra Trema. Però Milano, che già ha una temperatura rigida d'inverno, stava diventando sempre più triste. Era una Milano sotto choc, ripetitiva, stanca. E stancante.
Ho amici nostalgici, che hanno vissuto qui da studenti ormai molti anni fa. Ricordano una città piena di fermento, di iniziative, di quella cultura che nutre i cervelli, ma scende anche in piazza e mantiene sull'attenti almeno una parte della classe politica, e alla fine porta con sé una festa e un po' di consapevolezza in più per tutti.
Quando c'erano i socialisti Milano era più sgangherata, le aiuole erano piene di erbacce e nelle strade, di buche, forse ce n'erano anche più di adesso. Però era ugualmente la città più 'europea' d'Italia, una città che a elencare i nomi dei 'cittadini illustri' ci si perde, fra artisti, poeti, studiosi, e tanti che hanno dedicato la vita a cercare di fare un mondo migliore, e a ricordare le iniziative coraggiose ugualmente ci si perde, dall'ironia del vecchio Derby al Piccolo Teatro, da Altroconsumo al Fai: ma è un filo rosso che non si è mai smarrito, perché a Milano è stata fondata Emergency negli anni Novanta, e nei Duemila Terre di Mezzo con la fiera etica di Fa' la cosa giusta.
I socialisti erano corrotti, e fu inevitabile mandarli a casa (come fu inevitabile mandare finalmente in fumo la vecchia e stracorrotta DC), ma c'è stata un po' di confusione. A Milano si dev'essere pensato che la colpa, da noi come in Unione Sovietica, fosse dell' “ideologia”, e si è cercato chi potesse mettere un po' d'ordine. Ma si è confusa l'ideologia col partitismo, la vitalità col disordine. Ricordo che tanti hanno gioito perché i nuovi amministratori parlavano soprattutto di aiuole fiorite e di benessere. Milano è anche una città dove è più facile illudersi di poter diventare qualcuno dal nulla, e il benessere è un'illusione data dal fatto che qua tutto costa caro, compreso il lavoro. Se puoi pagarti un affitto a Milano, vuol dire che ce l'hai fatta.
Non so se è anche per questo che la gente ha smesso di pensare, rincorrendo l'illusione e barcamenandosi fino alla fine del mese, o se la gente si è solo trovata con le spalle al muro, senza alternative valide. Perché ai tempi di Dalla Chiesa c'era il caos di tangentopoli, poi, a poco a poco, le deludenti trasformazioni del PCI non hanno aiutato i vari Fumagalli, Antoniazzi, Ferrante. Per tanti motivi, la città dei cittadini si è indebolita, si è lasciata guidare e anestetizzare, si è sospesa nel tran tran quotidiano, fluttuando fra la necessità di lavorare e il bisogno di farsi indifferente al peggioramento graduale della qualità di vita, all'aumentare del traffico e dello smog, alla chiusura dei negozi di quartiere e dei cinema, al crescere dei costi, allo scarso o nullo sostegno comunale agli asili e alle scuole, alla chiusura delle scuole civiche, alle crescenti difficoltà per gli anziani di trovare una dimensione urbana adatta anche a loro. I cittadini si sono dimenticati delle piazze. Soprattutto, si sono scordati di contare qualcosa, hanno delegato troppo, e attutito le delusioni come potevano.
Pisapia non ha ancora raggiunto tutti, ma a molti, con garbo e semplicità, ha ridato la sensazione di avere un ruolo nella loro città, e io gli auguro di cuore che questa gentilezza arancione sia sempre più contagiosa. E che questo contagio milanese, ma anche di Napoli, Trieste, Cagliari, Rho, Rivolta, Limbiate, Vergiate, :)... e di tutte le altre città che hanno fiducia nel potere dei cittadini di cambiare le cose, porti bene ai referendum di giugno.

giovedì 26 maggio 2011

la fine arriva per tutti

Basta! Qualcuno la spenga. L'Italia non ha bisogno di questa chiacchiera erosiva, continua, che assorda e brucia le cellule grige del paese con la sua desolata, cigolante insistenza. Ogni giorno la macchina da parole del premier riesce a coniare un nuovo piccolo slogan che si aggiunge ai vecchi, senza novità, rinforzando il massiccio rumore di ferraglia che procede, e procede, estenuante, imponendo ai nostri timpani il ritornello di un disco rotto. Ogni giorno mi chiedo quale premio meriti il proprietario della vocetta che, pur così ripetitiva, riesce ad aggiungere ogni volta una piccola trovata: alla stupidità o alla furbizia? Sotto sotto, spero che la fossa che si sta scavando sia finalmente larga abbastanza da farcelo cadere con il suo marchingegno bisunto. Forse il momento è giunto.
Non so che effetto faccia tutto questo a chi lo sostiene ma a me fa l'effetto di un'offesa costante, di un continuo tentativo di avvilire non solo chi la pensa diversamente, ma semplicemente chi prova, per una inveterata e sciocca abitudine alla responsabilità, a pensare e a seguire il buon senso. Chi pensa non ha molte alternative: o sostiene la sua baracca – che però è un'operazione per lo più contraddittoria – o incappa nell'anatema, finisce fra i terroristi, fra gli autori della congiura ai suoi danni, fra chi complotta per non dargli il seggio imperiale a vita. Italiani, lui governa, lui sistema le cose, lui pensa: chi non ci crede, o dubita, o prova a pensare con la sua testa va all'indice, diventa una espressione di violenza anti-lui, perché tutto ciò che non viene da lui è anti-lui.
Forse però questo rumore così molesto, stridulo, che a volte mi ha intimorita per il pericolo in cui ha messo e mette il mio paese (pericolo di lenta ma progressiva degenerazione delle strutture democratiche e della cultura della responsabilità di tutti i cittadini), sta diventando una filastrocca innocua. Forse anche la macchina megafonica di questo presuntuoso napoleone de noaltri, per quanto continuamente oliata, a furia di ripetersi sta per esplodere dall'interno, a causa del suo stesso difetto di costruzione.
Forse è ora di darle un colpetto per aiutarla a smettere di soffrire.
Ma la cosa migliore, invece, credo sia smettere di occuparsene, perché la malattia può passare se non la si guarda troppo, se si arriva a una reale indifferenza, che non sia abitudine-prodromo dell'accettazione, ma vera e sana indifferenza, ricominciare a respirare e a muoversi, rafforzarsi nel proprio cammino di libertà anche quando i valori di democrazia, di solidarietà, di fratellanza sociale, di attenzione al bene comune, di rispetto, di cultura, di intelligenza, di consapevolezza, anche quando questi valori dicevo sono stati fiaccati, obliati nella loro storia, apparentemente annullati dalla crosta di intrattenimento televisivo con cui la vocetta tenta di divertire gli Italiani, pensando che così continueranno, con gratitudine a votarlo per sempre. Ma di televisione non campa né lo stomaco né il cervello, e questo, prima o poi, gli Italiani lo capiranno.

giovedì 19 maggio 2011

bed and breakfast sottovuoto

Se apri un bed and breakfast in Lombardia, il breakfast può essere costituito solo da alimenti confezionati. Per fortuna abito in Lombardia, così è più facile che debba andare in un bed and breakfast di altra regione, dove magari le regole impongono un panorama meno asettico. Ma se proprio devo sceglierne uno lombardo, ovviamente cercherò qualcuno che trasgredisca la norma. Norma che sembra fatta apposta per affossare la qualità e gradevolezza dell'ospitalità nei bed and breakfast di questa regione.
E che fa parte di quelle norme che regolano la produzione e somministrazione di alimenti imponendo il massimo dell'igiene anche a discapito della bontà e del piacere che si possono avere solo entro un rapporto di fiducia e di complicità fra chi dà da mangiare e chi mangia.
Se un cuoco antipatico e sporco si infila la mano guantata sotto le mutande per grattarsi, il guanto di lattice che mi porgerà il piatto sarà sporco. Se una commessa disattenta e munita di camice e di cuffia starnutisce sopra il pane, il pane sarà umido del suo raffreddore.
Ma se una persona gentile mi accoglie in casa sua, e mi spiega che all'apertura del bed and breakfast era entusiasta di poter fare delle crostate di frutta per gli ospiti, ma non può più farle, ed è costretta a darmi i biscotti con le gocciole di cioccolato che tra l'altro io detesto, il pacco di biscotti che mi porgerà, non per sua colpa, sarà osceno.
Cari amministratori, forse ci avete messo tutta la vostra buona volontà, ma questa è l'oscenità della vostra ignoranza, del vostro limite, della vostra assuefazione a un progresso che sterilizza la vitalità della gente.

venerdì 6 maggio 2011

referendum: alle urne per non privatizzare la democrazia

Quante volte mi sono arrabbiata perché sentivo dire da qualche amica o amico, o parente frasi come questa:

la politica? non mi interessa, tanto fa schifo, io non voto, destra o sinistra è tutto marcio, fan quel che vogliono loro in ogni caso, i referendum non servono a nulla, sono una spesa inutile, ho da fare, devo sistemare la casetta al mare, devo pulire il sedere ai bambini, devo andare al ristorante, è tutto un raggiro, perché dovrei rinunciare al week end dalla nonna che si spupazza i pargoli, ha il decoder di sky a casa e ha già tolto le pizze dal freezer?

Già, ma allora, che cosa resta da fare? Mangiare la pizza decongelata, guardare Doctor House e andare a dormire? O mangiare la pizza e recarsi a Montecitorio in veste di kamikaze con problemi digestivi? Leggere Diderot e scrivere un blog sulla rivoluzione francese? Entrare in scientology o nei cristiani rinati e trovare la luce?

Ma no, in fondo non c'è niente di meglio meglio che continuare così, almeno finché c'è la nonna col decoder: chinare la testa, come per secoli i contadini con i feudatari, i servi con gli aristocratici. Lasciare che costruiscano i loro imperi sui nostri corpi, sui nostri tetti, sui nostri rubinetti, sui nostri prati, sui nostri mari. Tanto non abbiamo potere di cambiare le cose: inutile fare finta di esercitarlo sacrificando la vacanza fuori porta!

Infine, la privatizzazione di ogni cosa è inarrestabile, è una legge di natura, il capitale vince sempre, quindi a che servirebbe prolungare quest'agonia?
E poi, a dire la verità, di questi referendum non ci ho capito nulla, sono questioni complicate, non possono delegare noi a decidere, facciano loro, visto che li paghiamo, almeno facciano il loro mestiere.

Ecco, forse sono questi i dubbi che in modo più o meno consapevole ed elaborato attraversano la testa di molti, e in certi momenti me ne sono sentita contagiata anch'io. E' una base di rinuncia, di senso di impotenza, di rabbia rivolta all'interno invece che all'esterno, covata e quindi sopita, tenuta bassa sotto le braci, per non sentirla, addomesticata giorno dopo giorno da abitudini compensative: lavoro, cibo, svago, acquisti, vacanze, tran-tran quotidiano. Oppure sbandierata in lamentele, in aggressività priva di veri obiettivi, bombe che non fanno male a nessuno, tranne a chi le lancia e alle persone che le-gli vogliono bene. Così, assopendo la rabbia, si assopisce anche la nostra comprensione del mondo che ci circonda.

Beh, se si rinuncia alla vecchia lotta per il bene comune, fuori di retorica, si rinuncia a una parte vitale e importantissima del nostro stesso essere. Chiamatela dignità, valore, anima. È il nostro posto nel mondo degli umani.
E se si rinuncia per due 'piccoli' referendum, si rinuncia al primo passo, alla base, a una delle poche forme di potere, simbolica e reale al tempo stesso, che abbiamo di fronte alla collettività.

La confusione è una scusa, è chiaro: informarsi è possibile. Ma la cosa grave è che la confusione è una sconfitta: se ci dichiariamo confusi, vuol dire che la strategia di quelli che vogliono 'privatizzare' la democrazia ha vinto.

Se ci convincono che andare al referendum è inutile, il meccanismo di delega viene spinto oltre i confini leciti, dal terreno politico a quello economico. Muore la delega democratica, rinasce il feudalesimo. Rinuncio al controllo. Delego (e pago) per essere un servo, non un cittadino.
E guarda di che referendum si tratta. Primo: privatizzare. Ergo: libertà per chi favorisce le imprese di entrare in una complicità basata sui profitti. Ricordatevi di Rango (chi controlla l'acqua controlla ogni cosa). Secondo: legittimo impedimento. Fine di uno strumento di controllo democratico. Altro che moschee, zingari, extracomunitari. Qui si fanno leggi che come ha detto qualcuno non sono ad personam, ma ad personas: sono leggi per depenalizzare i reati di una casta ricca, e per facilitare lo scambio di favori con quei quattro o cinque che guidano società cui noi prestiamo denaro all'infinito. Fiat, Telecom, Parmalat, e domani le nuove aziende di distribuzione dell'acqua, della luce, del gas. Maneggiano fiumi di denaro che noi, evitando di andare al referendum, accettiamo di farci rubare per sempre. Perché questa forma di 'liberismo' significa che chi ha tanto denaro ha il potere di modificare le leggi. Chi ha tanto denaro vuole controllare anche i tribunali. Diamo loro il diritto di fare i soldi grazie al controllo totale delle nostre esigenze elementari: acqua, riscaldamento, luce.

Volete passare serate tranquille, dopo una giornata faticosa? Ebbene, sembra che una pizza surgelata e una serata tranquilla valgano più del nostro diritto e dovere di essere cittadini del nostro paese.

La confusione e il senso di impotenza sono il risultato di una strategia. Fare il cittadino è troppo faticoso. È un mestiere che nessuno vuole più fare: non è un diritto, ma un peso. Nessuno ci paga, per essere cittadini consapevoli ed esprimere la nostra opinione. Allora tanto vale. Ci dicono che le cose sono più complesse di quanto noi crediamo: è verosimile. Ci crediamo. Ci dicono che loro possono fare il meglio per noi e risparmiarci ogni fatica. Questo è meno verosimile. Al posto dell'acqua pubblica, ci beviamo un sacco di bugie ben camuffate. Volete una serata tranquilla? Accendete la tv, spegnete il senso di responsabilità, il senso critico, ecco fatto. Vi diranno che l'importante è non costruire moschee, non dare case agli zingari, non far tornare i terroristi rossi. E ci crederete, perché è facile.

Anche io mi sono scoraggiata. Ho pensato: questo referendum non otterrà mai il quorum, è inutile lottare. Le televisioni, le radio nazionali ne parlano pochissimo, c'è una censura in atto, che posso fare io con il mio piccolo blog?

Ma poi mi sono detta: posso dire quello che penso, posso esprimere la mia opinione, posso votare, posso andare al referendum, posso parlarne con gli amici e conoscenti, di ogni partito e fede politica, e dire loro questo: la più grande menzogna è che esercitare questi nostri piccoli poteri sia troppo faticoso, che non ne valga la pena, che sia meglio delegare ogni cosa e che così tutto andrà bene, che quelli che ci hanno indotto il disgusto per la politica faranno bene il loro lavoro, ci accudiranno, faranno dell'Italia un paese migliore, ci proteggeranno, ci garantiranno di vivere in un sistema perfettamente regolamentato e funzionale, e tutto senza mai disturbare i nostri tranquilli week end di campagna.