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mercoledì 23 settembre 2009

aggiornamento biblioteche

cari lettori e care lettrici,
non ci sono buone nuove all'orizzonte, anche se non ho ancora perlustrato per bene il territorio dopo la mia assenza estiva. Ma la giornalista di Repubblica che avevo contattato, e che promise a me e a una funzionaria di biblioteca di fare uscire un bell'articolone in concomitanza con il congresso sulle biblioteche, non s'è fatta viva, e non risponde alle mail... che fare? si accettano suggerimenti

giovedì 30 ottobre 2008

registi americani di sinistra

Into the Wild: come dice Crespi dell'Unità pur non essendo un capolavoro, può far innamorare. Ma è giusto innamorarsi di simili film - e di simili personaggi? Brontolin tenterà ora di fornire un antidoto per chi sia stato vittima del maleficio, con la speranza che sia non tanto letta come un'invettiva contro Sean Penn, quanto come un modesto contributo a chiarire meglio che non sempre onestà e coerenza sono presenti in tanti film che hanno il difetto di abbindolare facilmente. E tanto peggio se il regista dichiara di avere una missione morale e politica!

il problema, con questo film, è che si tende a giudicarlo attraverso l'idea che ci si forma del personaggio. Invece bisognerebbe andare oltre il personaggio, che può essere capito solo se si capisce il film!
ecco, in sintesi, il percorso creativo che ha stratificato tre costruzioni diverse dello stesso mito americano, producendo Into the Wild (taccio molti dettagli, naturalmente).

1) prima Christopher McCandless, nutrito di letture come Tolstoj, London e Thoreau, straccia la propria identità per costruirsene una nuova, con tante buone intenzioni e coraggio, ma anche con tanta polpa di stereotipi. infatti, ben oltre i viaggi solitari degli scrittori beat, alexander supertramp veleggia sicuro verso un autoconsacrazione-fusione con l'immensità e libertà della natura, rispetto alla quale forse la morte non era il finale previsto. Forse sotto sotto prevedeva di tornare a casa e diventare un famoso scrittore, a partire dalla propria autobiografia romanzata: non per niente scriveva un diario in terza persona!
perchè la natura che Alexander ha in mente non è neutra, è quella appresa attraverso strati e strati di accumulazioni culturali, è la wilderness americana, pericolosa, affascinante, ma anche e soprattutto legata a un senso mistico di predestinazione alle grandi cose che tocca tutti gli americani, proprio perchè gli americani sono identificati da questo:
gli americani non sono il popolo eletto perchè vi deve nascere il messia. sono il popolo eletto perchè hanno costruito la propria identità attraverso il viaggio e la conquista della natura selvaggia, hanno sfidato l'immensità degli spazi, hanno coabitato con l'ambiente più ostile, vi hanno stabilito la propria piccola cellula abitativa, e nella solitudine hanno trovato il proprio orgoglio e la base del proprio diritto di proprietà (e di espansione ad libitum).

2) per secondo arriva Jon Krakauer, l'alpinista-giornalista, che unisce il mito al borsellino, l'utile al dilettevole, e come un vero attore addestrato sul metodo Stanislavski s'immedesima, ripercorre le tappe di Alexander, ricostruisce il suo cammino, incontra le stesse persone, succhia le stesse visioni, patisce lo stesso gelo e infine scrive un best-seller!

3) last but not least, ecco Sean Penn, che stanislavski ce l'ha nel curriculum, eccolo leggere il libro, rifare la stessa cosa, costringere anche la troupe a scalare collinette con tutta l'attrezzatura e ricreare visivamente il mito, romantico-americano mito dell'uomo che, diversamente dal romantico europeo, nel confrontarsi con l'immenso, non scompare né resta minuscolo testimone, ma a sua volta giganteggia, conquista le altezze dei monti e soprattutto le profondità del proprio spirito e le mitizza, le mostra come modello da imitare, santo e martire di un'idea di libertà individuale che seppur sconfitta sul piano materiale - perchè di sconfitta si dovrebbe trattare - invita a seguirlo, ciascuno nel suo piccolo, ciascuno a costruire a modo suo il proprio mito di libertà per poi ...consacrarlo alla famiglia. Come ben s'intuisce dalla chiusa.

non per niente, come giustamente ha notato paola, un film che dovrebbe trattare di un rifiuto, di un sottrarsi al benessere e alle "cose". è fatto invece con uno stile ricco, patinato, alla National Geographic, uno stile che assomiglia di più alla provenienza di Cristopher, che alle peregrinazioni di uno straccione!

ma come fanno quelli di Report, voglio ora aprire anche una piccola finestra di positività elogiando un altro film fatto da registi e attori "impegnati". apparentemente stupido e privo di significato, è in realtà un film cui non difettano quelle qualità di onestà e coerenza che Into the Wild non contempla, e che infatti è assai più riuscito, nella mia modesta opinione.

i due perfidi Coen, fratelli quasi siamesi continuano ad alternare film più intensi e film più leggeri: con Burn after reading - A prova di spia si sapeva già che toccava alla leggerezza. Mai peraltro esente da ironia e sarcasmo: il focus è l'assurda piccineria scombinata e ridicola delle motivazioni e delle scelte che guidano i personaggi in gioco.

E poichè i Coen, a differenza di Sean Penn e di molti altri, sono di quelli capaci di adeguare stile e struttura a ciò che vien narrato, o meglio ne fan tutt'uno, ne viene fuori un film che, per l'appunto, gioco scombinato e ridicolo è.

Ce lo conferma genialmente la chiusura.

Non è il capo della CIA a parlare con il suo vice, ma sono gli stessi Coen, che si pongono l'un l'altro la fatale e qui spassosa domanda. Una domanda che - fuor dalla battuta - molti dovrebbero porsi un po' più spesso, con la stessa onestà nella risposta.

Che cosa abbiamo capito da tutto questo?
Abbiamo capito che non lo dobbiamo fare più.
Già, solo che non sappiamo che cosa abbiamo fatto!

lunedì 18 agosto 2008

della televisione

Quand'ero piccol* mi lasciai convincere a finire un piatto di risotto dietro promessa che i cartoni animati sarebbero poi usciti dal televisore per giocare con me. Dopo la delusione, ho smesso di crederci. Ma non tutti hanno avuto questo iter.
Qualcuno è ancora lì che attende che il suo pezzo di realtà fantasticata a poco a poco fuoriesca dal video e si componga in tre dimensioni. Il problema è che accade veramente. Questo è il problema.

La televisione fuoriesce e plasma il paesaggio che abitiamo. Pensavo (pochi anni dopo la faccenda dei cartoni animati) che la pubblicità non avesse tutto quel potere, invece ce l'ha. Pensavo, beata innocenza, che la pubblicità avesse un suo posto accessorio, invece è la base necessaria e pervasiva che intride l'intero palinsesto, poi da lì trasuda, si spande, s'irraggia e dà corpo a spazi, oggetti, personaggi del mondo reale.

Reality non significa che la realtà entra in televisione, ma che la televisione cammina fra noi. L'elenco del televisivo raggiunge ormai lunghezze satellitari: una parola dopo l'altra, la realtà cede, non uccisa come disse Baudrillard, ma plasmata dalla tv. Tv al plasma? no, tv plasmante.

Il punteggio della pallavolo. La pericolosità dello zucchero. La leggerezza dell'acqua in bottiglia. I sogni delle bambine. La colonna sonora nelle nostre case: rumore che ci ricorda che tutto scorre senza mutamenti. L'attenzione per i figli. La durata della capacità di concentrarci. La qualità dei nostri pensieri. La contrattazione con le cose. Il valore, anche affettivo, dello shopping, forse la più frequente occasione di autoaffermazione della persona che è in noi.
Fantastica tv. Illuminante maestra che ci indica la via sbarluccicante di un paradiso terrestre con il codice a barre impresso sopra.

Non stare tutto il tempo davanti alla tv, dice la tv, alzati e cammina, tanto con dolorzut non ti accorgerai nemmeno di essere già morto, e con eternosniff toglierai la puzza per sempre. Acquista una nuova Garlinda triturbo da zero a cento in sei nanosecondi, così, fra monti urbani e scogliere tangenziali, raggiungerai la mole maestosa del discount nel tempo di un teletrasporto, e lì potrai rilassarti con un sushi in bocca mentre Garlinda viene lavata.

La televisione, solerte, registra il residuo dei nostri desideri e attaccamenti, li amplifica sulla scena, li trasforma in imperioso valore di riferimento e ci guida così, sicura e costante, nel mare confuso e doloroso della vita. E non è anestesia, non c'inganna, la cara flat-scatola, anzi ogni giorno ci informa sul terribile stato del pianeta, sincera fonte di una completa e veritiera informazione.

Attenta interprete di ciò che siamo e di ciò che necessitiamo, contratta per noi le priorità di acquisto, la scelta della meta delle vacanze, il rinnovamento del nostro parco di tecnologia domestica, gli ingredienti dei biscotti, che cosa fa bene e che cosa fa male, che cosa è utile e che cosa è inutile, che cosa pulisce e che cosa non pulisce più, la forma delle sopracciglia, la linea del pudore, l'accettazione gioconda delle inevitabili regole imposte dalle compagnie telefoniche, l'appetibilità di un sabato al centro commerciale, la necessità di nuovi oggetti, la colpa di alcuni soggetti, chi vince e chi perde lo show politico, il confine della nostra innocenza e del nostro essere vittime, la quantità di problemi che virtualmente ci affliggono e la loro soluzione più immediata: la televisione è il gel miracoloso che, anche in mancanza di amore, responsabilità e attenzione, incolla i pezzi della famiglia bisognosa di aiuto e tutte le famiglie fra loro, sopprime i sintomi negativi, attutisce i dubbi, zittisce i conflitti.

Sintomo: stato del nostro sentire che ci rivela un problema al momento, altrimenti, nascosto.

Un tempo il cliente aveva sempre ragione, oggi il cliente è divenuto pubblico televisivo. Il che non sarebbe così grave, se non fosse per la nostra dannata tendenza a rinunciare a pensare, a voler assomigliare a qualcun altro. Eccolo, il pubblico televisivo, è lì dentro, nella televisione, e da lì è uscito, mentre mangiavamo un risotto, e senza accorgerci di niente, come nell'invasione degli ultracorpi, non eravamo più noi, ma loro! Proveniamo dalla casa, dall'isola, dalla poltrona dell'ospite. Le loro lacrime sono le nostre, la loro voglia di fortuna è la nostra. Io non penso più il mio pensiero, ma il mio pensiero mi pensa, ed è un pensiero televisivo.

Non spegnerò la televisione. Non butterò l'arma dove non posso vederla. Continuerò a osservarla, a vederne uscire i pensieri da pensare, le bambine rosa, i bambini celesti, le cinquenni con il due pezzi, i cinquenni sedati dal nintendo, i ragazzi che s'incontrano all'iper, le mogli che aspettano il loro turno per il suv, i mariti che aspettano il loro turno per stare finalmente davanti a lei, la televisione, caro magico monitor da cui escono le belle donne dai seni perfetti, le partite di cui parlare, gli arbitri contro cui esprimere proteste liberatorie, i pensieri da pensare...