Into the Wild: come dice Crespi dell'Unità pur non essendo un capolavoro, può far innamorare. Ma è giusto innamorarsi di simili film - e di simili personaggi? Brontolin tenterà ora di fornire un antidoto per chi sia stato vittima del maleficio, con la speranza che sia non tanto letta come un'invettiva contro Sean Penn, quanto come un modesto contributo a chiarire meglio che non sempre onestà e coerenza sono presenti in tanti film che hanno il difetto di abbindolare facilmente. E tanto peggio se il regista dichiara di avere una missione morale e politica!
il problema, con questo film, è che si tende a giudicarlo attraverso l'idea che ci si forma del personaggio. Invece bisognerebbe andare oltre il personaggio, che può essere capito solo se si capisce il film!
ecco, in sintesi, il percorso creativo che ha stratificato tre costruzioni diverse dello stesso mito americano, producendo Into the Wild (taccio molti dettagli, naturalmente).
1) prima Christopher McCandless, nutrito di letture come Tolstoj, London e Thoreau, straccia la propria identità per costruirsene una nuova, con tante buone intenzioni e coraggio, ma anche con tanta polpa di stereotipi. infatti, ben oltre i viaggi solitari degli scrittori beat, alexander supertramp veleggia sicuro verso un autoconsacrazione-fusione con l'immensità e libertà della natura, rispetto alla quale forse la morte non era il finale previsto. Forse sotto sotto prevedeva di tornare a casa e diventare un famoso scrittore, a partire dalla propria autobiografia romanzata: non per niente scriveva un diario in terza persona!
perchè la natura che Alexander ha in mente non è neutra, è quella appresa attraverso strati e strati di accumulazioni culturali, è la wilderness americana, pericolosa, affascinante, ma anche e soprattutto legata a un senso mistico di predestinazione alle grandi cose che tocca tutti gli americani, proprio perchè gli americani sono identificati da questo:
gli americani non sono il popolo eletto perchè vi deve nascere il messia. sono il popolo eletto perchè hanno costruito la propria identità attraverso il viaggio e la conquista della natura selvaggia, hanno sfidato l'immensità degli spazi, hanno coabitato con l'ambiente più ostile, vi hanno stabilito la propria piccola cellula abitativa, e nella solitudine hanno trovato il proprio orgoglio e la base del proprio diritto di proprietà (e di espansione ad libitum).
2) per secondo arriva Jon Krakauer, l'alpinista-giornalista, che unisce il mito al borsellino, l'utile al dilettevole, e come un vero attore addestrato sul metodo Stanislavski s'immedesima, ripercorre le tappe di Alexander, ricostruisce il suo cammino, incontra le stesse persone, succhia le stesse visioni, patisce lo stesso gelo e infine scrive un best-seller!
3) last but not least, ecco Sean Penn, che stanislavski ce l'ha nel curriculum, eccolo leggere il libro, rifare la stessa cosa, costringere anche la troupe a scalare collinette con tutta l'attrezzatura e ricreare visivamente il mito, romantico-americano mito dell'uomo che, diversamente dal romantico europeo, nel confrontarsi con l'immenso, non scompare né resta minuscolo testimone, ma a sua volta giganteggia, conquista le altezze dei monti e soprattutto le profondità del proprio spirito e le mitizza, le mostra come modello da imitare, santo e martire di un'idea di libertà individuale che seppur sconfitta sul piano materiale - perchè di sconfitta si dovrebbe trattare - invita a seguirlo, ciascuno nel suo piccolo, ciascuno a costruire a modo suo il proprio mito di libertà per poi ...consacrarlo alla famiglia. Come ben s'intuisce dalla chiusa.
non per niente, come giustamente ha notato paola, un film che dovrebbe trattare di un rifiuto, di un sottrarsi al benessere e alle "cose". è fatto invece con uno stile ricco, patinato, alla National Geographic, uno stile che assomiglia di più alla provenienza di Cristopher, che alle peregrinazioni di uno straccione!
ma come fanno quelli di Report, voglio ora aprire anche una piccola finestra di positività elogiando un altro film fatto da registi e attori "impegnati". apparentemente stupido e privo di significato, è in realtà un film cui non difettano quelle qualità di onestà e coerenza che Into the Wild non contempla, e che infatti è assai più riuscito, nella mia modesta opinione.
i due perfidi Coen, fratelli quasi siamesi continuano ad alternare film più intensi e film più leggeri: con Burn after reading - A prova di spia si sapeva già che toccava alla leggerezza. Mai peraltro esente da ironia e sarcasmo: il focus è l'assurda piccineria scombinata e ridicola delle motivazioni e delle scelte che guidano i personaggi in gioco.
E poichè i Coen, a differenza di Sean Penn e di molti altri, sono di quelli capaci di adeguare stile e struttura a ciò che vien narrato, o meglio ne fan tutt'uno, ne viene fuori un film che, per l'appunto, gioco scombinato e ridicolo è.
Ce lo conferma genialmente la chiusura.
Non è il capo della CIA a parlare con il suo vice, ma sono gli stessi Coen, che si pongono l'un l'altro la fatale e qui spassosa domanda. Una domanda che - fuor dalla battuta - molti dovrebbero porsi un po' più spesso, con la stessa onestà nella risposta.
Che cosa abbiamo capito da tutto questo?
Abbiamo capito che non lo dobbiamo fare più.
Già, solo che non sappiamo che cosa abbiamo fatto!
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giovedì 30 ottobre 2008
registi americani di sinistra
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giovedì 18 settembre 2008
contro le bambine

Ma che dico? Perchè mai dovrei inveire contro le bambine? Mai idea più balzana mi è passata per la testa. Forse che le bambine di oggi sono peggiori di quelle di un tempo?
Le cose non cambiano: la retorica dei bei tempi andati non ha alcun significato. Le bambine di oggi sono belle e brave come le bambine di sempre, non meritano un'invettiva ma una celebrazione; sono dolci, carine, socievoli, magari appena un po’ timide. A volte un po’ capricciose, questo sì, solo un po’ più capricciose di com’erano dieci o venti o forse cinquant’anni fa, ma sono cert* che ciò sia dovuto alla maggior disponibilità di cose, null’altro.
In fondo forse sono semplicemente pù volitive, hanno più carattere e le idee più chiare. Parlano prima, è ovvio che chiedano anche prima. Sono più intelligenti; anche più belle. Beh, per essere sincer* dovrei dire che le trovo più attraenti, più affascinanti, più complesse. Hanno sempre un’aria più grande di quello che sono. Si sanno vestire. Si sanno perfino truccare. Sono precoci, questo sì.
Qualcosa in effetti è cambiato, ma sicuramente in meglio. Sanno ballare molto presto, e spesso anche cantare: hanno un gran senso del ritmo. Sanno occupare la scena e attirare gli sguardi (e i riflettori) su di sé. Si può dire che realizzino il loro scopo "naturale" già nei primi anni di vita, un vero trionfo rispetto ad aspettative e tradizioni millenarie: vere donne, fin da piccole.
Del resto, in tutto ciò sono aiutate: non è un caso se le bambine odierne sono così abili a muovere i fianchi e per contro poco inclini a perdersi nei boschi, incontrare lupi cattivi, mangiare crostate di frutta fatte in casa e dialogare con ranocchi. Oggidì i loro corpi hanno modo di svilupparsi armoniosi grazie ai molteplici impegni sportivi cui hanno facile accesso, seguite da validi trainer che sanno consigliarle anche nell’alimentazione, molto meglio di qualsivoglia libro di ricette o antiquato consiglio nonnesco.
Un grande avanzamento culturale, dunque. Oggi le fanciulle crescono sane grazie alla protezione di cui usufruiscono, nelle loro case, palestre e scuole comode, lontane dai pericoli, igienicamente controllate. Niente sporco, terra, fango, sassi con cui farsi male: locali climatizzati e supplementi alimentari. Precoce capacità di muoversi sulla rete identificando ottimi siti per lo shopping da casa. Niente incidenti all’aria aperta o bacche velenose. Sono fortunate: belle, intelligenti, flessuose, atletiche, protette, interessanti e ricche.
Il fatto miracoloso, imputabile a una grande capacità di sfruttare a volte anche il poco fino in fondo, è che perfino se i loro genitori non sono particolarmente abbienti loro riescono sempre ad assomigliare a delle bambine ricche, piene di giochi, bambole, telefonini, vestiti, cartelle, diari. E hanno un formidabile gusto nello scegliere: solo le cose più costose, di marca; e tutto in tinta.
Tutto rosa, per dire la verità. Pare che il gusto nell’abbinamento dei colori, oggigiorno, si sia evoluto al punto che non si abbinano più solo nell’individuo, ma in modo transpersonale. Solo le femmine, però, hanno raggiunto questo livello eccelso di raffinatezza. Ho visto intere prime elementari in cui, mentre i maschietti creavano, come pare che loro si addica, una gran confusione, le femmine offrivano una splendida panoramica di un rosa omogeneo, pervasivo, incredibilmente coordinato fin nei minimi dettagli, nell’abbigliamento come negli accessori.
E poi il femminismo ha di certo lasciato un segno positivo, anche se non tutti sono d’accordo. Le bambine di oggi hanno idee chiare anche culturalmente; ad esempio nella scelta delle loro prime letture, non si contentano più di leggere fumetti di un tipo qualunque. Invece che Topolino, le bambine di oggi leggono Minnie. Insomma, non devono aspettare di esser grandicelle per accedere a contenuti fatti su misura per loro.
Per non parlare della costruzione della loro personalità: hanno conquistato una vera consapevolezza della loro identità di genere, anzi, oserei dire della loro sessualità. Non più costrette a nasconderla fino ad un’età più avanzata, sanno mostrarla con molta naturalezza già verso i tre-quattro anni: avrete notato certamente quante bimbette sulla spiaggia indossano il due pezzi, e non di rado portano minuscole simpatiche ciabattine di gomma con un filo di tacco!
Dimentiche di un tempo ormai superato in cui l'obbligo dell'originalità spingeva le bambine di ieri a un'eccessiva ricercatezza e distinzione, le bambine oggi si sono gettate quell'egocentrico snobismo dietro le spalle e hanno raggiunto uno standard di superfemminilità splendidamente omogeneo ed accurato, facile da mettere insieme e da replicare: un'eredità preziosa e funzionale anche per quelle che verranno.
Qualcuno potrebbe essere tentato di leggere in questi eventi un segno dei tempi che cambiano, e forse sì, è vero, è in corso un’evoluzione generale. Tuttavia devo dire che la sostanza rimane immutata: le bambine erano e sono belle, brave e intelligenti, dolci e obbedienti. Anche se, avendo più carattere, spesso protestano e piangono tutte le loro lacrime (cosa che com’è noto ai genitori italiani si addice alle bambine più che ai maschietti) le bambine di oggi hanno ben chiaro il loro ruolo futuro, pur se con un’idea della loro indipendenza e sessualità certamente più marcata di un tempo. I giochi che scelgono non sono cambiati: bambole, passeggini, carrozzine, set di cucina completa, casa della Barbie. Certo c'è stato uno sviluppo: i giochi sono più complessi, adeguati alle moderne tecnologie di telecomunicazione, le bambole piscianti non sono più un problema e i corredi sono aggiornati con tutto l'occorrente per la vera casa interfacciata: ad esempio, un sensore attiva un allarme che avvisa il robot badante della necessità di cambiare il piccolo, mentre i movimenti delle bambole più grandi sono monitorati atraverso chip inseriti nei vestitini, cosicchè non ci sia mai di che preoccupparsi e rimanga anzi del tempo libero. Inoltre, dai giorni in cui l'unica bambola con i seni era la Barbie, n'è passata di acqua sotto i ponti. Tramontata l'era dei supereroi, le nuove supereroine, audaci, sportive e scattanti, mostrano chiaro il segno della loro armoniosa femminilità.
Le bambine di oggi, come e più di un tempo, sono perfette miniature delle loro madri, anzi prefigurazioni di future madri migliori, grandemente aiutate in questo dai numerosi modelli che vengono forniti loro da un ambiente domestico e sociale che vieppiù supplisce alle carenze inevitabili delle madri e dei padri, del loro tempo, della loro disponibilità a mettersi in gioco e capacità di orientarle, crescerle, amarle, renderle libere e cosapevoli, capaci di essere se stesse e di costruire piano piano la loro singolare identità e una sana relazione col mondo. Che cosa potrebbero ricevere di più?
Che dire, infine, di questa generazione di bel(ve)line? che siano un po' posticce, omologate, nutrite di pillole, iperprotette, carcerate fra quattro pareti, molto condizionate e poco educate, circondate di beni di consumo e di modelli stereotipati, regredite a oggetti iperprogrammati di una cultura di rinnovato sessismo, bimbe dall'orizzonte rosa pronte a sculettare davanti al primo cavaliere azzurro che si presenti via internet, poi al secondo, e al terzo?
No, niente banali invettive, per oggi, le bambine meritano di meglio. Io ho detto la mia: a voi la riflessione.
mercoledì 20 agosto 2008
Contro l’uomo in giacca e cravatta: una proposta
Non ho niente contro la giacca e la cravatta, benchè trovi tutto sommato un po’ limitato e in parte ridicolo l’abbigliamento maschile nel suo complesso. Non a caso la moda e le invenzioni un po’ bizzarre degli stilisti tendono negli ultimi anni a femminilizzarlo e a movimentare un po’ il suo guardaroba con forme ibride, ma con obiettivi poco chiari e risultati deludenti.
Sono per strada e vedo due gruppi di maschi che si sfiorano, camminando in direzioni opposte. Gli uni in giacca e cravatta, età intorno ai trenta. Gli altri in jeans e maglietta, età intorno ai venti. I secondi si girano e commentano: ma guarda quelli come son conciati. A chissà quanti questo commento parrà fuori luogo, ma non a me. La divisa scura di giacca e cravatta è molto di più di un vestito.
È il classico abito che sta all’origine del detto del monaco. È carica di simboli e di emotività. A seconda di chi la porta, gronda ingenuità, desideri, speranze, aspettative, certezze, presunzione, sicumera, disprezzo, autorità, delirio di onnipotenza. Questo tutti lo recepiscono facilmente. Si capisce in fretta che cosa c’è dietro, qual è il livello di potere effettivamente raggiunto dal corpo che indossa la divisa. Si capisce se calza con naturalezza, quindi dentro c’è un padrone (senza giudizio: può essere un padrone che spadroneggia oppure un uomo gentile e padrone di sé) se invece tira qua e là, addosso a un servo in cerca di fortuna.
Ma ciò che detesto della divisa è che, una volta acquisita la naturalezza nel portarla, chi la indossa diventa eticamente invisibile. Non sai più se è un imprenditore onesto o un furbacchione. La maschera si ispessisce, diventa talmente impenetrabile che, man mano che vai avanti negli anni e scopri nefandezze intorno a te, finisci per convincerti che dietro a ogni cravatta ci sia un lestofante. Se è un professore, sicuramente è stato spinto da una cordata di amici. Se amministra la cosa pubblica lo fa per procacciarsi ricchezza. Giacca e cravatta ben portate sono una vetrina noiosa, monotona, troppo diffusa, troppo opaca e danneggia le brave persone che la portano per semplice decenza.
Se non è più il tempo di dare il potere alla classe operaia, bisognerebbe per lo meno trovare il modo di rendere un po’ più elastica, dinamica, flessibile, la posizione del potere dei potenti, così secolarmente abbarbicata ai suoi vecchi e nuovi soggetti, come una muffa delle più tenaci, un lichene indistruttibile, una ruggine che fa tutt’uno col ferro. Si dovrebbe fare in modo che scivoli via più facilmente, intendo in quei particolari e strani casi in cui si tratta di potere immeritato e mal gestito.
Come fare? È colpa di giacca e cravatta, se il potere acquisito non si allontana più da chi lo detiene. Per quante porcherie abbia combinato, la divisa lo protegge. La sua capacità di darsi a vedere sicuro della sua giacca e cravatta lo reintegra continuamente in uno status che non gli compete. Anche se paga la multa e nel migliore dei casi perde il posto di sindaco o di deputato o chiude una delle sue società, avrà sempre una via aperta per proseguire nel suo cammino incravattato.
Un’idea: visto che i potenti che sbagliano difficilmente vanno in carcere (tranne pochi capri espiatori che poi scrivono autobiografie) o se ci vanno ne escono presto, pagano multe irrisorie e in men che non si dica si rimettono in piedi, modifichiamo leggermente la divisa, affinchè non abbia più potere.
Obblighiamoli a sostituire la cravatta con un bel fiocco colorato, giallo limone o verde acido, o di tanti colori insieme. Rotondo, gonfio, simile a quelle morbide strane nuvolette di retina colorata che qualcuno usa per fare la doccia. Un vistoso, vivace farfallone, una macchia di colore sul triste gessato, un gioiello di pizzi vaporosi sul colletto inamidato. Buongiorno …professore, salve ehm …assessore, ah, è lei, cavaliere, per un attimo non l’ho riconosciuta! Buffo, no? Guarda quanti ce n’è, fiocco rosso, fiocco viola, che fiocco si mette oggi, avvocato? Su, non si abbatta, è una cura: vedrà che imparerà a non prendersi più così sul serio, come già facciamo noi, e tutto riacquisterà la giusta dimensione. In fondo nessuno la manda nei campi, per quanto anche quella, devo dire fose un’ottima idea, partorita purtroppo insieme ad altre meno buone.
Fra qualche mese, se si comporta bene, potrà togliersi anche la giacca, un sano cambiamento di punto di vista, e forse in fondo quel fiocco potrebbe perfino diventare di moda…
Dedicato con umiltà a Virginia Woolf e alla sua memorabile invettiva contro le divise militari (leggi le Tre Ghinee)
Sono per strada e vedo due gruppi di maschi che si sfiorano, camminando in direzioni opposte. Gli uni in giacca e cravatta, età intorno ai trenta. Gli altri in jeans e maglietta, età intorno ai venti. I secondi si girano e commentano: ma guarda quelli come son conciati. A chissà quanti questo commento parrà fuori luogo, ma non a me. La divisa scura di giacca e cravatta è molto di più di un vestito.
È il classico abito che sta all’origine del detto del monaco. È carica di simboli e di emotività. A seconda di chi la porta, gronda ingenuità, desideri, speranze, aspettative, certezze, presunzione, sicumera, disprezzo, autorità, delirio di onnipotenza. Questo tutti lo recepiscono facilmente. Si capisce in fretta che cosa c’è dietro, qual è il livello di potere effettivamente raggiunto dal corpo che indossa la divisa. Si capisce se calza con naturalezza, quindi dentro c’è un padrone (senza giudizio: può essere un padrone che spadroneggia oppure un uomo gentile e padrone di sé) se invece tira qua e là, addosso a un servo in cerca di fortuna.
Ma ciò che detesto della divisa è che, una volta acquisita la naturalezza nel portarla, chi la indossa diventa eticamente invisibile. Non sai più se è un imprenditore onesto o un furbacchione. La maschera si ispessisce, diventa talmente impenetrabile che, man mano che vai avanti negli anni e scopri nefandezze intorno a te, finisci per convincerti che dietro a ogni cravatta ci sia un lestofante. Se è un professore, sicuramente è stato spinto da una cordata di amici. Se amministra la cosa pubblica lo fa per procacciarsi ricchezza. Giacca e cravatta ben portate sono una vetrina noiosa, monotona, troppo diffusa, troppo opaca e danneggia le brave persone che la portano per semplice decenza.
Se non è più il tempo di dare il potere alla classe operaia, bisognerebbe per lo meno trovare il modo di rendere un po’ più elastica, dinamica, flessibile, la posizione del potere dei potenti, così secolarmente abbarbicata ai suoi vecchi e nuovi soggetti, come una muffa delle più tenaci, un lichene indistruttibile, una ruggine che fa tutt’uno col ferro. Si dovrebbe fare in modo che scivoli via più facilmente, intendo in quei particolari e strani casi in cui si tratta di potere immeritato e mal gestito.
Come fare? È colpa di giacca e cravatta, se il potere acquisito non si allontana più da chi lo detiene. Per quante porcherie abbia combinato, la divisa lo protegge. La sua capacità di darsi a vedere sicuro della sua giacca e cravatta lo reintegra continuamente in uno status che non gli compete. Anche se paga la multa e nel migliore dei casi perde il posto di sindaco o di deputato o chiude una delle sue società, avrà sempre una via aperta per proseguire nel suo cammino incravattato.
Un’idea: visto che i potenti che sbagliano difficilmente vanno in carcere (tranne pochi capri espiatori che poi scrivono autobiografie) o se ci vanno ne escono presto, pagano multe irrisorie e in men che non si dica si rimettono in piedi, modifichiamo leggermente la divisa, affinchè non abbia più potere.
Obblighiamoli a sostituire la cravatta con un bel fiocco colorato, giallo limone o verde acido, o di tanti colori insieme. Rotondo, gonfio, simile a quelle morbide strane nuvolette di retina colorata che qualcuno usa per fare la doccia. Un vistoso, vivace farfallone, una macchia di colore sul triste gessato, un gioiello di pizzi vaporosi sul colletto inamidato. Buongiorno …professore, salve ehm …assessore, ah, è lei, cavaliere, per un attimo non l’ho riconosciuta! Buffo, no? Guarda quanti ce n’è, fiocco rosso, fiocco viola, che fiocco si mette oggi, avvocato? Su, non si abbatta, è una cura: vedrà che imparerà a non prendersi più così sul serio, come già facciamo noi, e tutto riacquisterà la giusta dimensione. In fondo nessuno la manda nei campi, per quanto anche quella, devo dire fose un’ottima idea, partorita purtroppo insieme ad altre meno buone.
Fra qualche mese, se si comporta bene, potrà togliersi anche la giacca, un sano cambiamento di punto di vista, e forse in fondo quel fiocco potrebbe perfino diventare di moda…
Dedicato con umiltà a Virginia Woolf e alla sua memorabile invettiva contro le divise militari (leggi le Tre Ghinee)
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