Visualizzazione post con etichetta io e il mondo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta io e il mondo. Mostra tutti i post

martedì 13 marzo 2012

la virgola è etica

Ero in biblioteca. Ho preso da uno scaffale un importante catalogo di un'importante mostra che si è tenuta in un importante museo italiano. Ho sfogliato qualche pagina. Brutta scrittura, ma pazienza. Confusa, capricciosa. Mi salta all'occhio una virgola tra soggetto e predicato. Poi un'altra. E un'altra. E un'altra ancora. Ne prendo un secondo. Altra mostra, ma lo stesso museo. Stessa penna, stesso problema.

Forse in tempi in cui si auspicano e in parte si producono multiculturalità e pluringuismo la correttezza della lingua in sé, madre o non madre che sia, passa in secondo piano.
Forse la grande attenzione odierna per dialetti e idiomi locali non lascia molto tempo alle persone per impadronirsi anche della 'lingua nazionale'. In fin dei conti, poi, il concetto di nazione, così travagliato, sembrava già obsoleto tanti anni fa.

Ma ho imparato che il tempo dei costumi, dei mores, dell'evoluzione dei concetti non scorre lineare.
Come non scorre lineare alcun tipo di 'progresso'.

Da molto tempo, siamo in un'epoca di parziale – ma decisa – retrocessione di alcuni dei più alti valori laici e civili della società italiana ed europea, che sembrava aver fatto passi così importanti e decisivi negli anni del dopoguerra.
Viviamo l'onda lunga della frenata iniziata alla fine degli anni Settanta, quando cominciò a manifestarsi la reazione conservatrice nei confronti dissenso giovanile e operaio. Una reazione complessa, che ha potuto far sentire i suoi effetti in maniera profonda a partire dalla metà degli anni Ottanta, e ci siamo ancora dentro in pieno. Ma solo chi ha vissuto in quegli anni si rende conto della gravità della regressione, tanto più grave quanto più camuffata, mimetizzata, e ignota ai più giovani.

Nello stesso tempo, però, il progresso economico ha cominciato a mostrare di essere un'illusione. Così, se da un lato c'è stato un regresso morale originato dalla volontà di governi, istituzioni, poteri borghesi e religiosi di tornare a difendere il capitale privato da un 'eccesso' di libertà sociale ed etica, dall'altro, oggi esiste un nuovo modo di essere conservatori – ed aveva perfettamente ragione l'onorevole Santanchè, qualche sera fa, a dire in televisione che oggi la piazza esprime valori conservatori.

La piazza, o almeno una bella parte di essa, vuole conservare quel poco di bene pubblico residuo. Quel poco di valori morali atti a contrastare l'amoralità dei poteri economici. Quel poco di valori laici e civili atti a preservare la libertà e i diritti degli individui.

Solo che a fronte di questi valori conservatori della 'piazza' non ci sono, come intendeva Santanchè, valori rivoluzionari, ma altri valori conservatori. È la conservazione del bene dei molti che lotta contro la conservazione del bene dei pochi. Quest'ultimo si ammanta di termini pseudoprogressisti, usa la parola 'libertà'. Ma sono libertà a volte illusorie, a volte nocive, inadeguate a portare soluzioni alla crisi attuale, spesso usufruibili da pochi.

Anche quei pochi, a mio parere, dovrebbero stare un po' attenti. Da quando sono diventati 'così pochi', perché alcuni di loro sono usciti di scena, dovrebbero rizzare le orecchie, aprire gli occhi, aguzzare l'ingegno, perché la mannaia della scena internazionale se ne piglierà molti altri. Ormai lo sappiamo. Non è che gli imprenditori siano buoni o cattivi. Ci sono i buoni e i cattivi. Alcuni hanno iniziato a suicidarsi. Forse erano buoni, forse cattivi. Di certo a quelli che restano converrebbe fermarsi a riflettere, perché il vento ha fatto il suo giro, e i privilegi dell'Occidente stanno terminando il loro corso.

Ora, non è che si possa discutere che un progresso medico, scientifico e tecnologico siano avvenuti. Quel che si comincia a discutere è se siamo davvero consapevoli della portata di questo progresso, delle sue conseguenze e soprattutto del suo significato.
Cominciamo a diventarne consapevoli, ecco il fatto.
Diventiamo consapevoli che il progresso non porta benessere, qualità della vita ed equità sociale, ma crea pigrizia, vittimismo, attaccamento smodato a beni e strumenti che spesso peggiorano il nostro modo di vivere, rendendoci più sedentari, provocando problemi fisici e psico-sociali, rendendo inutile (e sgradito!) in molti luoghi del pianeta il già scarso lavoro manuale e purtroppo il lavoro in generale, promuovendo un commercio a grande e grandissima distanza spesso del tutto assurdo, causando un inquinamento sempre crescente, ingigantendo ogni giorno di più il potere di chi ha già il potere economico e finanziario, che tende sempre più a restringersi nelle mani di pochi. Eccoci di nuovo lì.

Chi saprà mantenersi a galla nelle nuove economie globali, che sono basate non solo sullo sfruttamento di una manodopera a basso costo – che non siamo noi – ma soprattutto sul potere d'acquisto di miliardi di cinesi e indiani, e non sul nostro?
Come dire, contiamo come il due di picche. Per non affondare ci vuole vera, umana e complessa intelligenza, perché la semplice furbizia non ci porterà lontano.

Dunque, di fronte a tali problemi, chissenefrega se un direttore di uno dei più importanti musei d'Italia scrive sistematicamente – nelle introduzioni ai cataloghi delle sue mostre, nei saggi critici – inserendo la virgola tra soggetto e verbo.
Forse la 'comunità accademica' si è abituata a questo genere di cose, e ormai tace, annichilita, o indifferente.

Eppure no. La virgola è importante. Quella virgola di troppo mi dice che questa persona, che, data la sua posizione, ha una enorme responsabilità culturale, ha smesso di riflettere. Ha smesso di fare attenzione. Ha smesso di usare il cervello e l'autocritica. Forse non l'ha mai usata. Allora chi ha messo lì questa persona ha fatto un grave torto al Paese.

La virgola è il segno del respiro tra le proposizioni. Senza quel respiro, o inserendolo dove non va, si crea l'equivoco. La sintassi corretta è il segno della capacità di costruire un discorso chiaro per tutti, comprensibile anche quando complesso.
C'è una comunicazione che non ne ha bisogno, ed è la comunicazione che semplifica, che usa gli slogan, gli effetti speciali, i punti esclamativi, le faccine. Ma quel tipo di comunicazione si ferma a un certo livello di facilità.

Se vogliamo approfondire, abbiamo bisogno della sintassi. E se non approfondiamo, il progresso ci porterà via con sé, insieme all'ignoranza, al PM10, al mal di schiena, alla disoccupazione, alla furbizia di pochissimi e alla disperazione di molti.

lunedì 3 ottobre 2011

gelmini: molti neutrini, pochi neuroni

Ho passato nove anni della mia vita lavorando all'università, come 'assistente'. Un mestiere che non esiste.
Dopo la laurea, la carriera universitaria non mi era parsa una via percorribile. Poi, trovato un lavoro che mi permetteva di gestire un po' del mio tempo, lo è diventata: e in quel momento qualcuno mi ha chiamata.

Una vera fortuna.

Sono iniziati lì, i nove anni.
Lungo la via, tutto bene. Il tempo scorreva veloce come accade del tempo che si sente impiegato utilmente, e mi piaceva, e ne sono grata, nonostante tutto quel ch'è successo durante e poi, a chi me l'ha permesso.

Chi me l'ha permesso ha però permesso anche che si svolgesse un tipico rituale di sfruttamento a catena, basato sull'amicizia e sulla fiducia, sulle vaghe promesse e, ahimé, sulla mia disposizione ad ascoltare l'altrui continuo piagnisteo, le chiacchiere e i progetti personali di qualcuno di altamente inattendibile, inaffidabile. Comunque sia, il problema non è stato che costui fosse matto, ma che intorno ci fosse l'indifferenza più totale ai meccanismi personalistici con i quali sono stata 'assunta' e 'licenziata'.

Quando l'ho capito, cessata la mia pazienza, entrata in crisi l'amicizia, interrotto il pur modico flusso di denaro che ricevevo, il mio 'rapporto di lavoro' si è concluso, di botto e senza appello.

Mi sono messa a fare un dottorato, con la borsa. Tre anni di ricerca pagata, fa nulla se non era una paga da nababbi. È stato bello. Mi è sembrato di percepire anche della solidarietà.

Ma la solidarietà, nella classe universitaria, è una chimera. Raramente è diversa dalla protezione di una casta. E io ne ero fuori, come la maggior parte dei precari.

Sono stati tre anni intensi, ma altri tre anni di illusioni. Mi sembrava di nuovo di vivere in un paese possibile, dove esistessero regole a tutela del lavoro delle persone.

Nel frattempo, è passata la mannaia di questo Governo: fine dei concorsi, fine delle sostituzioni per i tanti che vanno in pensione. Ma non è più di me che voglio parlare.

Vanno dette alcune cose. Primo: l'assistente, il lavoratore che non esiste, ha tenuto spesso le fila, o ancora le tiene, dell'andamento di un corso, sorvegliando la smemoratezza del docente, rispondendo alle sue email, correggendo le tesi che lui/lei non leggeva, dando supporto, tenendo lezioni tappa-buchi. Tutto questo sulla base di una relazione di fiducia che mescola(va) informalmente privilegio e sfruttamento.

La riforma Gelmini ha avuto un triste “pregio”: accelerare la presa di responsabilità da parte di molti docenti che, di fronte all'impossibilità di pagare e poi piazzare i loro aiutanti, han deciso di far da soli.
In realtà, la riforma non ha fatto che accelerare il processo già in atto di riduzione dei contratti e delle borse e regolarizzazione dei compensi simbolici, destinati a chi se li può permettere. E confermare il destino dei ricercatori: fare i professori – con poco o nessun tempo o denaro per la ricerca – a vita, pagati assai meno di quelli 'veri', a tal mestiere deputati.

Tagliate molte discipline, accorpate altre – a volte anche con buone ragioni – i grandi privilegiati, cioè i professori già strutturati, e i piccoli privilegiati, cioè i ricercatori, si sono sobbarcati di un po' di lavoro in più, mentre molti contrattisti andavano a casa. Gli altri, i contrattisti rimasti, sopravvissuti alla mannaia, chi sono?
Sono i volontari di lusso, i volontari dell'eccellenza: eccellenza in cambio di prestigio. Intellettuali in carriera o pensionati con un reddito alto, che permette loro di aggiungere al loro curriculum una 'perla': il fatto di insegnare all'università. "Tuttogratis", o tutt'al più per un piccolo emolumento, una sorta di rimborso spese.

Fuori dunque gli sfruttati di buona volontà, i neolaureati, i dottorandi, gli studenti, i giovani studiosi capaci di barcamenarsi in qualche modo con due o tre lavoretti. In una parola: fuori i giovani.

Dentro chi ha già un reddito sicuro. Così la Gelmini risana il sistema ed evita lo sfruttamento! Anche Napolitano ha protestato contro la normativa, contenuta nell’articolo 23, sui contratti di insegnamento riservati agli 'esperti': la riforma chiede che per diventare professore a contratto (gratuito) si abbia un reddito esterno da quello universitario di almeno 40.000 euro lordi, una proposta pensata del resto, pare, da quei geni del PD, che quando mettono le mani nella cultura (vedi Veltroni) ne combinano di tutti i colori. Le intenzioni erano naturalmente buone, mettere fine alla pratica definita «precarizzare i ricercatori».

Come ha notato Napolitano, però, la norma introduce una limitazione oggettiva (il reddito) ai requisiti di carattere scientifico e professionale. E io aggiungerei: non la introduce, la radica e la legalizza ancora di più, perché il nostro sistema universitario è basato da sempre, tacitamente, sul reddito: da sempre, se non hai i soldi e quindi anche le conoscenze giuste, nell'università fai fatica, e se sei tenace arrivi al massimo al dottorato. Da sempre dovevi avere un po' di agio economico per poterti permettere la gavetta gratuita, unico modo per farsi davvero conoscere e 'misurare' da qualche docente, per essere introdotto alle persone che contano. E c'è da vincere concorsi, borse, posti. Ogni concorso è una possibilità per quelli che contano di usare il loro potere, manipolando le carte. Diventi merce di scambio.

Certo c'era anche il buonsenso di molti professori che almeno tentavano di operare, pur sulla base di queste premesse, la selezione dei migliori, e di accompagnarli lungo un cammino di acquisizione di strumenti, di saperi, di esperienze, preparandoli e promuovendoli all'interno della comunità scientifica.

Oggi stravincono i contratti a pochi euro, il risparmio totale, appoggiato sul senso del dovere o sulla fame di prestigio di professionisti e pensionati benestanti, i nuovi docenti a contratto gratuito.
La via per i giovani, e per i numerosi 'vecchi' come me che non sono ancora riusciti a entrare, è quella dei concorsi per ricercatore a tempo determinato e successiva, eventuale, conferma: un meccanismo studiato per garantire la possibilità di licenziamento finale, non certo la preparazione e la qualità. Comunque di concorsi non se ne vedono.
Quindi il problema non si pone.
I ricercatori, come detto non ricercano.
Gli studi umanistici e spesso anche quelli scientifici sono desolantemente fermi, o si muovono con tale parsimonia da prefigurare un'agonia.
La verità è che il sistema che assegna zero valore al merito e alla cultura ha ripreso vigore, con la scusa della crisi.

Ma non sono i denari a mancare, bensì proprio il riconoscimento di un valore.
È per questa assenza che non arrivano soldi ed energie pulite alla cultura. Manca totalmente il riconoscimento del valore morale, civile, interiore, umano, spirituale della cultura medesima: ed è questa stessa assenza che pompa il riconoscimento fasullo, ipocrita, l'osanna ai professori che vanno in tv, che scrivono sui giornali, che sanno vendere bene la loro immagine, che alzano la voce.

Manca il modo di utilizzarla, la cultura, nei suoi veri obiettivi. Manca la possibilità di trasmetterla con dignità. Mancano le case editrici che pagano, i periodici che pagano, gli sponsor privati che permettono vere operazioni culturali e non mediatiche, e poi mancano le risorse, gli strumenti, le leggi affinché le università, le amministrazioni comunali, le biblioteche, le case della cultura, gli istituti di studio e di ricerca promuovano il lavoro culturale e lo paghino il giusto, permettendo ai 'colti' di farsi trasmettitori sereni, né ricchi né poveri, né privilegiati né emarginati.
Manca l'appoggio alle cose fatte bene, con serietà, impegno, lentezza, analisi, passione.

Si foraggia, invece, un sistema di sfruttamento in cui la cultura è merce facilmente contabilizzata, in crediti per laurearsi, in punti per i concorsi: stranamente, a questi punti corrispondono somme precise ed elevate, quando si tratta di 'comprare' cultura: vuoi una laurea? Un master? Il sistema attuale facilita enormemente chi abbia il denaro sonante per acquistarla attraverso un bel corso privato, magari online. Vuoi 'venderla'? Beh, allora le cose cambiano. Se sei un venditore puro, un grossista, sei a posto. Ma se sei un trasmettitore di cultura, un piccolo produttore o un venditore al dettaglio, allora non resta che la svendita per pochi spiccioli. O la prostituzione per poche speranze.

venerdì 6 maggio 2011

referendum: alle urne per non privatizzare la democrazia

Quante volte mi sono arrabbiata perché sentivo dire da qualche amica o amico, o parente frasi come questa:

la politica? non mi interessa, tanto fa schifo, io non voto, destra o sinistra è tutto marcio, fan quel che vogliono loro in ogni caso, i referendum non servono a nulla, sono una spesa inutile, ho da fare, devo sistemare la casetta al mare, devo pulire il sedere ai bambini, devo andare al ristorante, è tutto un raggiro, perché dovrei rinunciare al week end dalla nonna che si spupazza i pargoli, ha il decoder di sky a casa e ha già tolto le pizze dal freezer?

Già, ma allora, che cosa resta da fare? Mangiare la pizza decongelata, guardare Doctor House e andare a dormire? O mangiare la pizza e recarsi a Montecitorio in veste di kamikaze con problemi digestivi? Leggere Diderot e scrivere un blog sulla rivoluzione francese? Entrare in scientology o nei cristiani rinati e trovare la luce?

Ma no, in fondo non c'è niente di meglio meglio che continuare così, almeno finché c'è la nonna col decoder: chinare la testa, come per secoli i contadini con i feudatari, i servi con gli aristocratici. Lasciare che costruiscano i loro imperi sui nostri corpi, sui nostri tetti, sui nostri rubinetti, sui nostri prati, sui nostri mari. Tanto non abbiamo potere di cambiare le cose: inutile fare finta di esercitarlo sacrificando la vacanza fuori porta!

Infine, la privatizzazione di ogni cosa è inarrestabile, è una legge di natura, il capitale vince sempre, quindi a che servirebbe prolungare quest'agonia?
E poi, a dire la verità, di questi referendum non ci ho capito nulla, sono questioni complicate, non possono delegare noi a decidere, facciano loro, visto che li paghiamo, almeno facciano il loro mestiere.

Ecco, forse sono questi i dubbi che in modo più o meno consapevole ed elaborato attraversano la testa di molti, e in certi momenti me ne sono sentita contagiata anch'io. E' una base di rinuncia, di senso di impotenza, di rabbia rivolta all'interno invece che all'esterno, covata e quindi sopita, tenuta bassa sotto le braci, per non sentirla, addomesticata giorno dopo giorno da abitudini compensative: lavoro, cibo, svago, acquisti, vacanze, tran-tran quotidiano. Oppure sbandierata in lamentele, in aggressività priva di veri obiettivi, bombe che non fanno male a nessuno, tranne a chi le lancia e alle persone che le-gli vogliono bene. Così, assopendo la rabbia, si assopisce anche la nostra comprensione del mondo che ci circonda.

Beh, se si rinuncia alla vecchia lotta per il bene comune, fuori di retorica, si rinuncia a una parte vitale e importantissima del nostro stesso essere. Chiamatela dignità, valore, anima. È il nostro posto nel mondo degli umani.
E se si rinuncia per due 'piccoli' referendum, si rinuncia al primo passo, alla base, a una delle poche forme di potere, simbolica e reale al tempo stesso, che abbiamo di fronte alla collettività.

La confusione è una scusa, è chiaro: informarsi è possibile. Ma la cosa grave è che la confusione è una sconfitta: se ci dichiariamo confusi, vuol dire che la strategia di quelli che vogliono 'privatizzare' la democrazia ha vinto.

Se ci convincono che andare al referendum è inutile, il meccanismo di delega viene spinto oltre i confini leciti, dal terreno politico a quello economico. Muore la delega democratica, rinasce il feudalesimo. Rinuncio al controllo. Delego (e pago) per essere un servo, non un cittadino.
E guarda di che referendum si tratta. Primo: privatizzare. Ergo: libertà per chi favorisce le imprese di entrare in una complicità basata sui profitti. Ricordatevi di Rango (chi controlla l'acqua controlla ogni cosa). Secondo: legittimo impedimento. Fine di uno strumento di controllo democratico. Altro che moschee, zingari, extracomunitari. Qui si fanno leggi che come ha detto qualcuno non sono ad personam, ma ad personas: sono leggi per depenalizzare i reati di una casta ricca, e per facilitare lo scambio di favori con quei quattro o cinque che guidano società cui noi prestiamo denaro all'infinito. Fiat, Telecom, Parmalat, e domani le nuove aziende di distribuzione dell'acqua, della luce, del gas. Maneggiano fiumi di denaro che noi, evitando di andare al referendum, accettiamo di farci rubare per sempre. Perché questa forma di 'liberismo' significa che chi ha tanto denaro ha il potere di modificare le leggi. Chi ha tanto denaro vuole controllare anche i tribunali. Diamo loro il diritto di fare i soldi grazie al controllo totale delle nostre esigenze elementari: acqua, riscaldamento, luce.

Volete passare serate tranquille, dopo una giornata faticosa? Ebbene, sembra che una pizza surgelata e una serata tranquilla valgano più del nostro diritto e dovere di essere cittadini del nostro paese.

La confusione e il senso di impotenza sono il risultato di una strategia. Fare il cittadino è troppo faticoso. È un mestiere che nessuno vuole più fare: non è un diritto, ma un peso. Nessuno ci paga, per essere cittadini consapevoli ed esprimere la nostra opinione. Allora tanto vale. Ci dicono che le cose sono più complesse di quanto noi crediamo: è verosimile. Ci crediamo. Ci dicono che loro possono fare il meglio per noi e risparmiarci ogni fatica. Questo è meno verosimile. Al posto dell'acqua pubblica, ci beviamo un sacco di bugie ben camuffate. Volete una serata tranquilla? Accendete la tv, spegnete il senso di responsabilità, il senso critico, ecco fatto. Vi diranno che l'importante è non costruire moschee, non dare case agli zingari, non far tornare i terroristi rossi. E ci crederete, perché è facile.

Anche io mi sono scoraggiata. Ho pensato: questo referendum non otterrà mai il quorum, è inutile lottare. Le televisioni, le radio nazionali ne parlano pochissimo, c'è una censura in atto, che posso fare io con il mio piccolo blog?

Ma poi mi sono detta: posso dire quello che penso, posso esprimere la mia opinione, posso votare, posso andare al referendum, posso parlarne con gli amici e conoscenti, di ogni partito e fede politica, e dire loro questo: la più grande menzogna è che esercitare questi nostri piccoli poteri sia troppo faticoso, che non ne valga la pena, che sia meglio delegare ogni cosa e che così tutto andrà bene, che quelli che ci hanno indotto il disgusto per la politica faranno bene il loro lavoro, ci accudiranno, faranno dell'Italia un paese migliore, ci proteggeranno, ci garantiranno di vivere in un sistema perfettamente regolamentato e funzionale, e tutto senza mai disturbare i nostri tranquilli week end di campagna.

domenica 17 ottobre 2010

L’invettiva di gatto Pippo

Pippo è un bel gatto nero e bianco di città, amato e coccolato dalla sua famiglia; apparentemente nella sua vita, fino a poco tempo fa, tutto procedeva per il meglio: viveva in appartamento, ma aveva il permesso di uscire e scorazzare nei giardinetti vicino a casa insieme agli amici. Ma un giorno Pippo scomparve. Lo cercarono per mari e per monti, nessuna traccia. Tutti ormai avevano rinunciato a trovarlo vivo, quando un giorno Pippo uscì fuori all’improvviso da un cunicolo della rete metropolitana, dove si era perso. Fu un gran clamore. L’ente protezione animali, la televisione e la cittadinanza si mobilitarono per festeggiare il ritorno di Pippo. Il quale era smagrito, spelacchiato, confuso, ma tutto sommato vivo e vegeto. Dopo averlo ricondotto a casa, ripulito e rifocillato, la famiglia che dicesi proprietaria di Pippo (in realtà i gatti, al contrario di quanto si pensava nel Medioevo e oltre, non sono mai ‘posseduti’ né da diavoli né da umani, ma tutt’al più adottano qualcuno, spesso con grande generosità) accettò di accogliere alcuni giornalisti che volevano intervistare Pippo. Arrivò il primo giornalista. Pippo lo accolse con benevolenza.
- Signor Pippo, ci fa piacere trovarla in buona forma
- Già, qui fanno di tutto, poverini, per darmi quello di cui ho bisogno
- Perché dice ‘poverini’?
- Beh, perché non sempre riesco a far loro capire di che cosa ho effettivamente bisogno. Sa com’è, i tempi cambiano...
- Quindi è stato questo il motivo della sua...partenza?
- Già, volevo raggiungere una stazione ferroviaria, ma purtroppo mi sono perso
- E dove voleva andare?
- Veramente non lo sapevo nemmeno io, è solo che ero un po’ depresso
- Per come la trattavano?
- Sì, ma ripeto, non è colpa loro, è un problema generale, riguarda tutti i gatti di casa.
- Vuole spiegarlo meglio ai nostri lettori? Fra loro ci sono tanti padroni di gatti.
- Padroni?
- Volevo dire... amici dei gatti
- Ah, sì, vede, lei involontariamente ha nominato un aspetto del problema
- Vuole dire che la trattano come un oggetto di proprietà?
- Beh, a molti gatti capita. c’è meno sensibilità di un tempo.
- Dice davvero? Ma i gatti sono trattati molto bene, mi pare, si spendono un sacco di soldi per nutrirli e curarli!
- Dice davvero?
- Beh, sì
- A me però non pare che il risultato sia buono, parliamo del cibo per esempio.
- Cioè?
- Beh, voi umani avete sempre avuto la tendenza a darci gli avanzi. Invece di farci stare a tavola con voi, ci fate aspettare e quando avete finito ci buttate per terra ciò che è rimasto, questo almeno fino a un po’ di tempo fa.
- Ma ora le cose sono migliorate, no?
- Tutt’altro, va molto peggio!
- Come?
- Prima ci davate gli avanzi, ora siete passati direttamente alla pattumiera!
- Ma cosa dice, signor Pippo?
- So quello che dico, è un’umiliazione costante.
- Ma che cosa le dà il suo... amico?
- Che cosa mi dà? Viene lì ogni giorno e mi chiede: «Allora Pippo, che cosa vuoi oggi, l’umido o il secco?»!

La favola non ha una morale, ma a Pippo fu spiegato da tutti gli astanti che non si trattava di pattumiera, bensì di costosi ritrovati della moderna scienza nutrizionista. Pippo ne fu sollevato, ma pretese comunque di ricevere qualche volta un pezzettino di carnina dal piatto dei suoi amici adottivi, o di leccare la padella.

NB: la storiella è ispirata a una vicenda realmente accaduta, ma il vero signor Pippo non ha voluto rivelarci le reali motivazioni del suo fortunoso viaggio

mercoledì 23 settembre 2009

aggiornamento biblioteche

cari lettori e care lettrici,
non ci sono buone nuove all'orizzonte, anche se non ho ancora perlustrato per bene il territorio dopo la mia assenza estiva. Ma la giornalista di Repubblica che avevo contattato, e che promise a me e a una funzionaria di biblioteca di fare uscire un bell'articolone in concomitanza con il congresso sulle biblioteche, non s'è fatta viva, e non risponde alle mail... che fare? si accettano suggerimenti

mercoledì 1 ottobre 2008

aggiornamento sondaggio brioche e socialità

Terminato il primo sondaggio, mie/i care/i, il risultato è il seguente: solo quattro votanti (eppure il traffico qua sopra comincia lentamente a infittirsi); vincono i sì alla crociata antibrioche surgelate con il 100%. Solo il 50%, tuttavia, la pensa come crociata costruttiva, cioè si immagina come soggetto attivo con un suo pur modesto potere di intervento, fosse anche "solo" il chiacchierare con il barista del prodotto che smercia, magari col risultato di fare una colazione che nutre sé e gli astanti di energia, informazione, contatto e scambio. Non che per me sia facile, sono timid* con gli estranei e anche quelli meno estranei, ma penso sia importante fare lo sforzo del primo gradino, dopo il terreno si spiana e si aprono mattinate che iniziano con un colore diverso dal solito.

Contro chi dunque, l'invettiva odierna? Ma contro mutismo e rassegnazione, carissime/i, contro la timidezza come scusa, il poco tempo come scusa, la paura del conflitto come scusa. Per non cambiare mai.

Buona giornata e buone chiacchiere.