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martedì 13 marzo 2012

la virgola è etica

Ero in biblioteca. Ho preso da uno scaffale un importante catalogo di un'importante mostra che si è tenuta in un importante museo italiano. Ho sfogliato qualche pagina. Brutta scrittura, ma pazienza. Confusa, capricciosa. Mi salta all'occhio una virgola tra soggetto e predicato. Poi un'altra. E un'altra. E un'altra ancora. Ne prendo un secondo. Altra mostra, ma lo stesso museo. Stessa penna, stesso problema.

Forse in tempi in cui si auspicano e in parte si producono multiculturalità e pluringuismo la correttezza della lingua in sé, madre o non madre che sia, passa in secondo piano.
Forse la grande attenzione odierna per dialetti e idiomi locali non lascia molto tempo alle persone per impadronirsi anche della 'lingua nazionale'. In fin dei conti, poi, il concetto di nazione, così travagliato, sembrava già obsoleto tanti anni fa.

Ma ho imparato che il tempo dei costumi, dei mores, dell'evoluzione dei concetti non scorre lineare.
Come non scorre lineare alcun tipo di 'progresso'.

Da molto tempo, siamo in un'epoca di parziale – ma decisa – retrocessione di alcuni dei più alti valori laici e civili della società italiana ed europea, che sembrava aver fatto passi così importanti e decisivi negli anni del dopoguerra.
Viviamo l'onda lunga della frenata iniziata alla fine degli anni Settanta, quando cominciò a manifestarsi la reazione conservatrice nei confronti dissenso giovanile e operaio. Una reazione complessa, che ha potuto far sentire i suoi effetti in maniera profonda a partire dalla metà degli anni Ottanta, e ci siamo ancora dentro in pieno. Ma solo chi ha vissuto in quegli anni si rende conto della gravità della regressione, tanto più grave quanto più camuffata, mimetizzata, e ignota ai più giovani.

Nello stesso tempo, però, il progresso economico ha cominciato a mostrare di essere un'illusione. Così, se da un lato c'è stato un regresso morale originato dalla volontà di governi, istituzioni, poteri borghesi e religiosi di tornare a difendere il capitale privato da un 'eccesso' di libertà sociale ed etica, dall'altro, oggi esiste un nuovo modo di essere conservatori – ed aveva perfettamente ragione l'onorevole Santanchè, qualche sera fa, a dire in televisione che oggi la piazza esprime valori conservatori.

La piazza, o almeno una bella parte di essa, vuole conservare quel poco di bene pubblico residuo. Quel poco di valori morali atti a contrastare l'amoralità dei poteri economici. Quel poco di valori laici e civili atti a preservare la libertà e i diritti degli individui.

Solo che a fronte di questi valori conservatori della 'piazza' non ci sono, come intendeva Santanchè, valori rivoluzionari, ma altri valori conservatori. È la conservazione del bene dei molti che lotta contro la conservazione del bene dei pochi. Quest'ultimo si ammanta di termini pseudoprogressisti, usa la parola 'libertà'. Ma sono libertà a volte illusorie, a volte nocive, inadeguate a portare soluzioni alla crisi attuale, spesso usufruibili da pochi.

Anche quei pochi, a mio parere, dovrebbero stare un po' attenti. Da quando sono diventati 'così pochi', perché alcuni di loro sono usciti di scena, dovrebbero rizzare le orecchie, aprire gli occhi, aguzzare l'ingegno, perché la mannaia della scena internazionale se ne piglierà molti altri. Ormai lo sappiamo. Non è che gli imprenditori siano buoni o cattivi. Ci sono i buoni e i cattivi. Alcuni hanno iniziato a suicidarsi. Forse erano buoni, forse cattivi. Di certo a quelli che restano converrebbe fermarsi a riflettere, perché il vento ha fatto il suo giro, e i privilegi dell'Occidente stanno terminando il loro corso.

Ora, non è che si possa discutere che un progresso medico, scientifico e tecnologico siano avvenuti. Quel che si comincia a discutere è se siamo davvero consapevoli della portata di questo progresso, delle sue conseguenze e soprattutto del suo significato.
Cominciamo a diventarne consapevoli, ecco il fatto.
Diventiamo consapevoli che il progresso non porta benessere, qualità della vita ed equità sociale, ma crea pigrizia, vittimismo, attaccamento smodato a beni e strumenti che spesso peggiorano il nostro modo di vivere, rendendoci più sedentari, provocando problemi fisici e psico-sociali, rendendo inutile (e sgradito!) in molti luoghi del pianeta il già scarso lavoro manuale e purtroppo il lavoro in generale, promuovendo un commercio a grande e grandissima distanza spesso del tutto assurdo, causando un inquinamento sempre crescente, ingigantendo ogni giorno di più il potere di chi ha già il potere economico e finanziario, che tende sempre più a restringersi nelle mani di pochi. Eccoci di nuovo lì.

Chi saprà mantenersi a galla nelle nuove economie globali, che sono basate non solo sullo sfruttamento di una manodopera a basso costo – che non siamo noi – ma soprattutto sul potere d'acquisto di miliardi di cinesi e indiani, e non sul nostro?
Come dire, contiamo come il due di picche. Per non affondare ci vuole vera, umana e complessa intelligenza, perché la semplice furbizia non ci porterà lontano.

Dunque, di fronte a tali problemi, chissenefrega se un direttore di uno dei più importanti musei d'Italia scrive sistematicamente – nelle introduzioni ai cataloghi delle sue mostre, nei saggi critici – inserendo la virgola tra soggetto e verbo.
Forse la 'comunità accademica' si è abituata a questo genere di cose, e ormai tace, annichilita, o indifferente.

Eppure no. La virgola è importante. Quella virgola di troppo mi dice che questa persona, che, data la sua posizione, ha una enorme responsabilità culturale, ha smesso di riflettere. Ha smesso di fare attenzione. Ha smesso di usare il cervello e l'autocritica. Forse non l'ha mai usata. Allora chi ha messo lì questa persona ha fatto un grave torto al Paese.

La virgola è il segno del respiro tra le proposizioni. Senza quel respiro, o inserendolo dove non va, si crea l'equivoco. La sintassi corretta è il segno della capacità di costruire un discorso chiaro per tutti, comprensibile anche quando complesso.
C'è una comunicazione che non ne ha bisogno, ed è la comunicazione che semplifica, che usa gli slogan, gli effetti speciali, i punti esclamativi, le faccine. Ma quel tipo di comunicazione si ferma a un certo livello di facilità.

Se vogliamo approfondire, abbiamo bisogno della sintassi. E se non approfondiamo, il progresso ci porterà via con sé, insieme all'ignoranza, al PM10, al mal di schiena, alla disoccupazione, alla furbizia di pochissimi e alla disperazione di molti.

lunedì 3 ottobre 2011

gelmini: molti neutrini, pochi neuroni

Ho passato nove anni della mia vita lavorando all'università, come 'assistente'. Un mestiere che non esiste.
Dopo la laurea, la carriera universitaria non mi era parsa una via percorribile. Poi, trovato un lavoro che mi permetteva di gestire un po' del mio tempo, lo è diventata: e in quel momento qualcuno mi ha chiamata.

Una vera fortuna.

Sono iniziati lì, i nove anni.
Lungo la via, tutto bene. Il tempo scorreva veloce come accade del tempo che si sente impiegato utilmente, e mi piaceva, e ne sono grata, nonostante tutto quel ch'è successo durante e poi, a chi me l'ha permesso.

Chi me l'ha permesso ha però permesso anche che si svolgesse un tipico rituale di sfruttamento a catena, basato sull'amicizia e sulla fiducia, sulle vaghe promesse e, ahimé, sulla mia disposizione ad ascoltare l'altrui continuo piagnisteo, le chiacchiere e i progetti personali di qualcuno di altamente inattendibile, inaffidabile. Comunque sia, il problema non è stato che costui fosse matto, ma che intorno ci fosse l'indifferenza più totale ai meccanismi personalistici con i quali sono stata 'assunta' e 'licenziata'.

Quando l'ho capito, cessata la mia pazienza, entrata in crisi l'amicizia, interrotto il pur modico flusso di denaro che ricevevo, il mio 'rapporto di lavoro' si è concluso, di botto e senza appello.

Mi sono messa a fare un dottorato, con la borsa. Tre anni di ricerca pagata, fa nulla se non era una paga da nababbi. È stato bello. Mi è sembrato di percepire anche della solidarietà.

Ma la solidarietà, nella classe universitaria, è una chimera. Raramente è diversa dalla protezione di una casta. E io ne ero fuori, come la maggior parte dei precari.

Sono stati tre anni intensi, ma altri tre anni di illusioni. Mi sembrava di nuovo di vivere in un paese possibile, dove esistessero regole a tutela del lavoro delle persone.

Nel frattempo, è passata la mannaia di questo Governo: fine dei concorsi, fine delle sostituzioni per i tanti che vanno in pensione. Ma non è più di me che voglio parlare.

Vanno dette alcune cose. Primo: l'assistente, il lavoratore che non esiste, ha tenuto spesso le fila, o ancora le tiene, dell'andamento di un corso, sorvegliando la smemoratezza del docente, rispondendo alle sue email, correggendo le tesi che lui/lei non leggeva, dando supporto, tenendo lezioni tappa-buchi. Tutto questo sulla base di una relazione di fiducia che mescola(va) informalmente privilegio e sfruttamento.

La riforma Gelmini ha avuto un triste “pregio”: accelerare la presa di responsabilità da parte di molti docenti che, di fronte all'impossibilità di pagare e poi piazzare i loro aiutanti, han deciso di far da soli.
In realtà, la riforma non ha fatto che accelerare il processo già in atto di riduzione dei contratti e delle borse e regolarizzazione dei compensi simbolici, destinati a chi se li può permettere. E confermare il destino dei ricercatori: fare i professori – con poco o nessun tempo o denaro per la ricerca – a vita, pagati assai meno di quelli 'veri', a tal mestiere deputati.

Tagliate molte discipline, accorpate altre – a volte anche con buone ragioni – i grandi privilegiati, cioè i professori già strutturati, e i piccoli privilegiati, cioè i ricercatori, si sono sobbarcati di un po' di lavoro in più, mentre molti contrattisti andavano a casa. Gli altri, i contrattisti rimasti, sopravvissuti alla mannaia, chi sono?
Sono i volontari di lusso, i volontari dell'eccellenza: eccellenza in cambio di prestigio. Intellettuali in carriera o pensionati con un reddito alto, che permette loro di aggiungere al loro curriculum una 'perla': il fatto di insegnare all'università. "Tuttogratis", o tutt'al più per un piccolo emolumento, una sorta di rimborso spese.

Fuori dunque gli sfruttati di buona volontà, i neolaureati, i dottorandi, gli studenti, i giovani studiosi capaci di barcamenarsi in qualche modo con due o tre lavoretti. In una parola: fuori i giovani.

Dentro chi ha già un reddito sicuro. Così la Gelmini risana il sistema ed evita lo sfruttamento! Anche Napolitano ha protestato contro la normativa, contenuta nell’articolo 23, sui contratti di insegnamento riservati agli 'esperti': la riforma chiede che per diventare professore a contratto (gratuito) si abbia un reddito esterno da quello universitario di almeno 40.000 euro lordi, una proposta pensata del resto, pare, da quei geni del PD, che quando mettono le mani nella cultura (vedi Veltroni) ne combinano di tutti i colori. Le intenzioni erano naturalmente buone, mettere fine alla pratica definita «precarizzare i ricercatori».

Come ha notato Napolitano, però, la norma introduce una limitazione oggettiva (il reddito) ai requisiti di carattere scientifico e professionale. E io aggiungerei: non la introduce, la radica e la legalizza ancora di più, perché il nostro sistema universitario è basato da sempre, tacitamente, sul reddito: da sempre, se non hai i soldi e quindi anche le conoscenze giuste, nell'università fai fatica, e se sei tenace arrivi al massimo al dottorato. Da sempre dovevi avere un po' di agio economico per poterti permettere la gavetta gratuita, unico modo per farsi davvero conoscere e 'misurare' da qualche docente, per essere introdotto alle persone che contano. E c'è da vincere concorsi, borse, posti. Ogni concorso è una possibilità per quelli che contano di usare il loro potere, manipolando le carte. Diventi merce di scambio.

Certo c'era anche il buonsenso di molti professori che almeno tentavano di operare, pur sulla base di queste premesse, la selezione dei migliori, e di accompagnarli lungo un cammino di acquisizione di strumenti, di saperi, di esperienze, preparandoli e promuovendoli all'interno della comunità scientifica.

Oggi stravincono i contratti a pochi euro, il risparmio totale, appoggiato sul senso del dovere o sulla fame di prestigio di professionisti e pensionati benestanti, i nuovi docenti a contratto gratuito.
La via per i giovani, e per i numerosi 'vecchi' come me che non sono ancora riusciti a entrare, è quella dei concorsi per ricercatore a tempo determinato e successiva, eventuale, conferma: un meccanismo studiato per garantire la possibilità di licenziamento finale, non certo la preparazione e la qualità. Comunque di concorsi non se ne vedono.
Quindi il problema non si pone.
I ricercatori, come detto non ricercano.
Gli studi umanistici e spesso anche quelli scientifici sono desolantemente fermi, o si muovono con tale parsimonia da prefigurare un'agonia.
La verità è che il sistema che assegna zero valore al merito e alla cultura ha ripreso vigore, con la scusa della crisi.

Ma non sono i denari a mancare, bensì proprio il riconoscimento di un valore.
È per questa assenza che non arrivano soldi ed energie pulite alla cultura. Manca totalmente il riconoscimento del valore morale, civile, interiore, umano, spirituale della cultura medesima: ed è questa stessa assenza che pompa il riconoscimento fasullo, ipocrita, l'osanna ai professori che vanno in tv, che scrivono sui giornali, che sanno vendere bene la loro immagine, che alzano la voce.

Manca il modo di utilizzarla, la cultura, nei suoi veri obiettivi. Manca la possibilità di trasmetterla con dignità. Mancano le case editrici che pagano, i periodici che pagano, gli sponsor privati che permettono vere operazioni culturali e non mediatiche, e poi mancano le risorse, gli strumenti, le leggi affinché le università, le amministrazioni comunali, le biblioteche, le case della cultura, gli istituti di studio e di ricerca promuovano il lavoro culturale e lo paghino il giusto, permettendo ai 'colti' di farsi trasmettitori sereni, né ricchi né poveri, né privilegiati né emarginati.
Manca l'appoggio alle cose fatte bene, con serietà, impegno, lentezza, analisi, passione.

Si foraggia, invece, un sistema di sfruttamento in cui la cultura è merce facilmente contabilizzata, in crediti per laurearsi, in punti per i concorsi: stranamente, a questi punti corrispondono somme precise ed elevate, quando si tratta di 'comprare' cultura: vuoi una laurea? Un master? Il sistema attuale facilita enormemente chi abbia il denaro sonante per acquistarla attraverso un bel corso privato, magari online. Vuoi 'venderla'? Beh, allora le cose cambiano. Se sei un venditore puro, un grossista, sei a posto. Ma se sei un trasmettitore di cultura, un piccolo produttore o un venditore al dettaglio, allora non resta che la svendita per pochi spiccioli. O la prostituzione per poche speranze.

giovedì 9 giugno 2011

referendum, parco agricolo di expo e altre faccende

Ieri è andata in scena la presentazione del libro di Ragghianti. Si è parlato di collegamento fra attenzione per i beni artistici e consapevolezza dei dati, dei numeri, dei fatti che riguardano la società civile; si è parlato di collegamento fra la cultura e la realtà, che poi è determinata nella sua forma dalla cultura o incultura che la governa: se n'è parlato pur senza parlare, apparentemente, di politica, pur senza nominare la parola messa all'indice, 'ideologia', perché questi sono i nostri tempi, ci sono parole che fanno paura o dan fastidio, temi che annoiano. Ma 'ideologia' non vuol dire altro che insieme strutturato di idee, pensieri, che a volte son parsi tanto belli e importanti da consentire a qualcuno di usarli come un'arma terribile, per prendere un potere e abusarne, e questo è il loro pericolo, ma sono idee, cose, insomma, da non rinunciarci.

Possiamo continuare ad avere delle idee, sembra dire il non comunista Ragghianti nei suoi cinquant'anni di scritti. Si è parlato, mi è parso, anche di quel signore anziano che tre giorni fa in una piazza piena di gente ho sentito dire che il patrimonio di conquiste sudate da tante persone della sua età e da quelli che sono morti, conquiste che poi consistevano soprattutto nel diritto ad avere una voce nel proprio paese, non va gettato, e anche quello è un patrimonio da tutelare.
Quello stesso signore ha raccontato che per questo referendum, per i cinque milanesi oltre ai quattro nazionali, ha convinto sua suocera a recarsi ai seggi. Sua suocera ha 96 anni.

Avevo pensato a uno slogan per oggi e domani: CONVINCI UNA NONNA! Ma forse non ce n'è bisogno. I nonni e le nonne sono più pronti di noi. Allora, semplicemente, NON C'E' DUE SENZA TRE! ABBIAMO FATTO TRENTA, FACCIAMO TRENTUNO! Oppure CONVINCI TUA SUOCERA, qualunque età essa abbia. Promuoviamo questo referendum, la sacrosanta partecipazione dei cittadini è la prima difesa della salute delle idee.

I quesiti nazionali son più noti. Ecco invece il link in cui chi sostiene le ragioni dei sì di quelli comunali spiega di che cosa si tratta:

http://www.milanosimuove.it/wordpress/quesiti

Ed ecco, per il terzo quesito cittadino, quello che dice Milena Gabanelli, in chiusura di una puntata di Report, in cui i protagonisti del progetto del 'parco agoralimentare' che ora rischia l'affossamento sviscerano la questione:

In questi 3 anni tutto quello che si è deciso è che i terreni agricoli, valgono 10 volte tanto perché il progetto per cui l’Expo è stata destinata a Milano probabilmente cambia. Che cos’era questo progetto? Un’idea straordinaria, per una volta l’avevamo avuta noi, l’esposizione dell’agricoltura di tutto il mondo. Esponi il capitale naturale, ricostruendo i microclimi, lungo un chilometro con le coltivazioni dalle Filippine a quelle del Ghana dove vedi le piante del cacao,
del caffè, del tè che dall’altra parte degusti o acquisti. Un evento di formazione culturale,spettacolare e di business, ripetiamo lungo un chilometro, su un terreno agricolo che rimane tale anche quando finisce la fiera perché diventa permanente. Questo progetto è troppo rivoluzionario. Si preferisce il supermarket del cibo e i tradizionali padiglioni e quando la fiera finisce si smobilita e si edifica. A meno che il nuovo sindaco, che dovrà correre perché fra 4 anni si inaugura e c’è ancora tutto da fare, non abbia il coraggio del nuovo.

mercoledì 1 giugno 2011

ragghianti al museo del novecento: la tutela dei beni culturali

questa volta non un'invettiva, ma cinquant'anni di invettive, dati, documenti, ragionamenti, appelli, iniziative pubbliche e proposte di un grande storico dell'arte a difesa del patrimonio artistico, culturale e ambientale d'Italia. Col vento arancione sarà una serata ancora più bella. Presentano Carlo Bertelli e Flavio Fergonzi, Museo del Novecento, Milano, ore 18.00: vi aspettiamo! (cliccate sul titolo)

martedì 19 aprile 2011

nuovo aggiornamento biblioteche

Vado cercando una rivista di critica d'arte per la mia tesi di dottorato: a Milano è quasi introvabile, presente solo con alcune annate in poche biblioteche. Finalmente scopro che alla biblioteca dell'Umanitaria, benedetta istituzione, ce l'hanno tutta o quasi. Siccome però il loro catalogo non è aggiornato, per sicurezza, telefono.

- Non ce l'abbiamo
- Come, ma risulta da internet!
- Siccome la critica d'arte non fa parte dei nostri temi più specifici, l'abbiamo buttata
- Buttata?
- Buttata (nota di sconforto)
- Perché non regalata?
- Mah, i periodici non interessano a nessuno

Bene, proporrei dunque di usarli come combustibile, la prossima volta!

lunedì 21 marzo 2011

libro di Ragghianti sulla tutela

Ho deciso di promuovere questo libro che ho curato insieme a Emanuele Pellegrini, storico dell'arte e della critica d'arte e primo ideatore del progetto; c'è anche una nota introduttiva di Donata Levi, ordinario dell'Università di Udine e attiva promotrice di iniziative nel campo della tutela. Con questa promozione svelo la mia identità. Del resto non intendevo tenerla nascosta ma semplicemente lasciare che le invettive piovessero da una sorta di anonimato, come accade di solito. Per le invettive, la mia identità non è importante, e nemmeno per questo libro, visto che non l'ho scritto io ma un grande storico dell'arte, antifascista e cittadino responsabile, Carlo Ludovico Ragghianti. Penso che sia importante e interessante anche per verificare con grande chiarezza cinquant'anni di tentativi di difesa dell'ambiente naturale e artistico italiano e cinquant'anni di difficoltà, resistenze, piccoli passi e molti sbagli da parte dei governi italiani.
Da questo libro, dalle sue dirette testimonianze e battaglie, si capisce molto bene come sono andate le cose e da che cosa deriva parte dell'attuale situazione. Non è una storia della tutela ma ci sono le tappe, le commissioni parlamentari, le leggi sbagliate, il fallimento dell'istituzione del ministero, e soprattutto la combattività, nonostante tutto, di un cittadino nel vero senso della parola e dei tanti che lui e altri seppero sensibilizzare.
Il volume, Carlo Ludovico Ragghianti. Il valore del patrimonio culturale. Scritti dal 1935 al 1987 raccoglie una selezione degli scritti di Ragghianti, antifascista e storico dell'arte, sulla tutela urbanistica, artistica e paesaggistica, scritti fra il 1935 e la sua morte, ed è già in distribuzione nelle principali librerie o acquistabile con lo sconto del 15% direttamente dal sito (e costa davvero poco). Lo trovate online al sito www.felicieditore.it

mercoledì 23 settembre 2009

aggiornamento biblioteche

cari lettori e care lettrici,
non ci sono buone nuove all'orizzonte, anche se non ho ancora perlustrato per bene il territorio dopo la mia assenza estiva. Ma la giornalista di Repubblica che avevo contattato, e che promise a me e a una funzionaria di biblioteca di fare uscire un bell'articolone in concomitanza con il congresso sulle biblioteche, non s'è fatta viva, e non risponde alle mail... che fare? si accettano suggerimenti

lunedì 13 luglio 2009

biblioteche milanesi fatte a pezzi

Care amiche e cari amici, l'invettiva di oggi è anche un appello a tutti gli utenti di biblioteche e a chi crede in una cultura libera e a disposizione di tutti: leggete e poi date il vostro contributo esprimendo la vostra invettiva al Comune di Milano seguendo il link qua in fondo.
Ecco cosa sta succedendo: due biblioteche milanesi, la civica centrale Sormani e la biblioteca d'arte del Castello, stanno perdendo a poco a poco pezzi del loro patrimonio, e noi con loro.

La biblioteca d'arte è stata divisa in due, spostando l'emeroteca in un'altra sede. Ci sono previsioni di riunire i materiali in una grandiosa biblioteca d'arte unica, ma chissà quando e, fra l'altro, azzerando definitivamete un'esemplare situazione storica e di sinergie culturali, come la vicinanza della biblioteca con i musei del Castello, la civica raccolta delle stampe Bertarelli, e altri archivi e biblioteche.
Da alcune settimane, poi, si può accedere all'emeroteca solo su appuntamento e solo un giorno alla settimana. Motivo: ohi ohi, manca personale, o meglio, se n'è andata una responsabile... o bella, che questa signorina avesse chiesto il trasferimento da anni lo si sapeva, e dunque?

Quanto alla Sormani, vagoni di libri e di ... cataloghi se ne vanno a poco a poco: anni fa è stato asportato il catalogo centrale cartaceo delle biblioteche lombarde, a tutt'oggi scomparso. Motivo: tanto c'è l'OPAC. Quantità ingenti di periodici sono state a poco a poco spostate in una sede decentrata, per la quale bisogna chiedere appuntamento. Sul resto di rivste e giornali si procede alla sostituzione con obsoleti microfilm. Molti volumi sono stati tolti dalla consultazione e ormai a scaffale resistono poche enciclopedie e dizionari.
Last but not least, poche settimane fa il prezioso quanto raro catalogo cartaceo con spoglio degli articoli dei periodici è stato rimosso, fra lo stupore degli stessi bibliotecari.
Mi pareva che nelle biblioteche più avanzate il computer non mandasse via il cartaceo, in fondo non sono due strumenti identici e totalmente sovrapponibili, come ogni buon ricercatore sa. Ma Milano no, è troppo moderna, non può tollerare che si ingombrino spazi con vecchie scartoffie, quando c'è il computer... ma c'è il computer???
Ecco la risposta della funzionaria al mio reclamo:

"il catalogo di spoglio soggetti periodici della Biblioteca Comunale Centrale di Milano, che conta circa 1.500.000 schede, è stato completamente digitalizzato grazie all’ausilio di una ditta specializzata aumentando notevolmente le potenzialità del catalogo stesso. Attualmente è possibile consultare il catalogo di spoglio, in formato digitale, solo rivolgendosi agli addetti di tutti gli uffici consulenza della Biblioteca. E' tuttavia allo studio la possibilità di rendere accessibile tale versione del catalogo presso le nostre postazioni OPAC a disposizione del pubblico..."

"Gli addetti di tutti gli uffici ecc." sono a quanto pare un paio e hanno ben altro da fare!
Nel fattempo, giganteschi e costosi catafalchi lignei sono stati posti con effetto posticcio a far bella mostra di sé nell'ingresso e nella prima sala, forse per celare la scarsa manutenzione di tutto il resto della struttura.
Dulcis in fundo, la Sormani è stata privata, sempre un paio di settimane fa, del suo punto ristoro con le macchinette per caffè, bevande e spuntini, “per motivi di ordine pubblico”.

E di Brera... della nostra Nazional Biblioteca, un'altra volta, ché qua troppo ci si dilungherebbe.

Contro il pensiero livellato o assente delle istituzioni-bozzolo a cui è sfuggita la farfalla, ecco a chi chiedere indietro il caffè, l'attenzione per la cultura, il catalogo di spoglio periodici e l'emeroteca della biblioteca d'arte:

http://www.comune.milano.it/dseserver/sportelloreclami/index.html

PS: non c'entra con Milano, ma si vocifera che nella civica biblioteca di Cassano d'Adda, da quando è stata votata una giunta di centro-destra, per ordine del sindaco non sia più a disposizione degli utenti il quotidiano sovversivo anarco-insurrezionalista a pochi noto e da pochissimi letto che risponde al nome di "Repubblica"... Trattasi di voce da verificare, ma qualora dovesse rivelarsi fondata, lascio a voi ogni commento e iniziativa, perché davanti a tanto mi va in blocco pure l'invettiva.