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giovedì 28 aprile 2011

habemus papam: controinvettiva

C'è una denuncia, forse fasulla, da parte dei buontemponi di Pontifex, che poi buontemponi non sono perché suscitano ilarità, ma non se ne accorgono. Denuncia per oltraggio al papa attuale, che secondo loro sarebbe adombrato dalla comica – ma infine anche simpatica – figura del teutonico cardinale Brummer. In effetti qualche somiglianza c'è e si può anche immaginare, a voler scatenare una fantasia un po' maliziosa, che un ipotetico seguito della storia prevederebbe l'elezione proprio di quel poco amato Brummer, individuato a quel punto dai porporati come il meno spaventato dalla carica pontificale in grazia della sua venatura di umana ambizione, ma ben lontano dal rispondere ai necessari requisiti che il bravo Piccoli esterna con voce rotta dal papale balcone. Ogni allusione a Ratzinger e a una sua carenza è resa possibile dalla scena finale, ed è ammessa dallo stesso Moretti in qualche intervista. Ma è un monito, non un oltraggio. Di quelli che gli artisti possono rivolgere ai potenti.
Ma veniamo alle invettive antimorettiane.
Ci sono lamentele generiche per il tratteggio caricaturale delle figure dei cardinali. In effetti, che caricatura qua e là ci sia, non si può negarlo, e funziona: fa ridere! Fosse stato un film cattolico, ci scommetto, la comicità dei rossi vecchietti sarebbe stata accolta anche dagli integralisti con somma compiacenza.
C'è chi condanna per cattivo gusto la scena dei cardinali che vogliono uscire per fare una buona colazione: in effetti, golosoni, Dante non li perdonerebbe. Ci sono alti lai e proteste per la scena del torneo: passi che giochino a carte, ma questo è inverosimile, si dice. In effetti, è inverosimile, e altro non si può aggiungere, a discolpa del vecchio Moretti. Ma è poi da discolpare? Qualcuno aveva per caso capito che trattavasi di film realistico?
Da questi e consimili guaiti il film uscirebbe come irrispettoso, inutile, superficiale, mal riuscito.
Ebbene il film, oltre che essere giudicato dai più interessante, serio, commovente e profondamente rispettoso, e nello stesso tempo anche equilibrato e divertente, è “utile” in quanto è bello, ma è utile anche perché provoca la messa in luce dei peggio focolai di integralismo cattolico in Italia.
Non che ce ne fosse molto bisogno. Di sentir parlare prelati ignoranti in televisione se ne han piene le tasche; e quanto all'integralismo che applica la morale cattolica a ogni piega della vita italiana ne abbiamo esempi continui. Eppure Habemus papam dice che c'è speranza, perché le reazioni negative sono poche e sparute.
Di Pontifex già si sapeva. Mai me lo sarei aspettato, invece, da Farinotti (sì, quello del dizionario, il "più grande critico del cinema del mondo", come recita la descrizione del suo fanclub, http://pinofarinotti.blogspot.com) che non conoscevo sotto questo profilo, e che è scivolato in due delle sue peggiori performance critiche: la prima è una critica preventiva, la recensione scritta prima che il film uscisse, un'esibizione funambolica che a posteriori svela tutto il suo ridicolo (il brano dà per scontato che il papa di Moretti abbia problemi con la fede). La seconda tenta di rimediare, impegnandosi altrettanto funambolicamente a convalidare il giudizio morale negativo, travestito nei panni di un assai debole giudizio cinematografico. Farinotti annaspa nel tentativo di dimostrare che l'acqua calda è calda, e cioè che l'intero film sia “inverosimile”, e a poco a poco annega nel suo stesso brodino di cottura.
Invece il film di Moretti ha del miracoloso. Mostra la salute del pubblico e anche di una parte della critica italiana. Ecco il miracolo, anzi la serie di piccoli miracoli:

1. svela che l'ala ignorante dell'integralismo cattolico in Italia è tutto sommato piuttosto debole e rarefatta.
2. quel 'mangiapreti' di Moretti da cui molti si aspettavano che dicesse sul papa qualcosa di sinistra ha invece detto cose poetiche, universali, umane.
3. quelli che si pregustavano un film anticlericale hanno gradito il film nonostante l'iniziale delusione, perché hanno capito.
4. i cattolici hanno gradito il film a meno che avessero farinottiane fette di salame preventive sugli occhi, o fossero militanti di cielle di bassa lega, il che è perfettamente lo stesso (salvo che, se sei ciellino, oltre ad avere le tue fette ne porti una scorta che tenti di appiccicare sugli occhi altrui).

Forse Moretti non prenderà la Palma d'oro, anche perché gliel'han già data per La stanza del figlio, Piccoli certo meriterebbe un premio. Entrambi meritano un grazie. Habemus papam fa scivolare il nostro occhio lentamente e senza retorica fin nelle viscere di un uomo-papa che ci parla del tragico disorientamento rispetto ai ruoli di potere, e del dolore esistenziale che ne consegue, grande e inevitabile, fino all'emozione di un finale che è catarsi, ammissione di debolezza, ma anche affermazione di un valore. Le parole finali, sulla necessità della comprensione, ci lasciano con una sensazione di vuoto bruciante. Eppure non annullano la dimensione positiva del film, che prende equilibrio e forza dalla sua vena ironica e autoironica, con il suo continuo sconfinare fuori dalla realtà e con le sue battute, pronte per diventare altrettanti tormentoni dei mesi a venire, grucce adatte per i momenti di crisi di fronte alla percezione dello scollamento fra il nostro potere – di comprendere e di agire – e l'esercizio incomprensivo, violento e improvvido di chi di potere ne ha tanto.

giovedì 30 ottobre 2008

registi americani di sinistra

Into the Wild: come dice Crespi dell'Unità pur non essendo un capolavoro, può far innamorare. Ma è giusto innamorarsi di simili film - e di simili personaggi? Brontolin tenterà ora di fornire un antidoto per chi sia stato vittima del maleficio, con la speranza che sia non tanto letta come un'invettiva contro Sean Penn, quanto come un modesto contributo a chiarire meglio che non sempre onestà e coerenza sono presenti in tanti film che hanno il difetto di abbindolare facilmente. E tanto peggio se il regista dichiara di avere una missione morale e politica!

il problema, con questo film, è che si tende a giudicarlo attraverso l'idea che ci si forma del personaggio. Invece bisognerebbe andare oltre il personaggio, che può essere capito solo se si capisce il film!
ecco, in sintesi, il percorso creativo che ha stratificato tre costruzioni diverse dello stesso mito americano, producendo Into the Wild (taccio molti dettagli, naturalmente).

1) prima Christopher McCandless, nutrito di letture come Tolstoj, London e Thoreau, straccia la propria identità per costruirsene una nuova, con tante buone intenzioni e coraggio, ma anche con tanta polpa di stereotipi. infatti, ben oltre i viaggi solitari degli scrittori beat, alexander supertramp veleggia sicuro verso un autoconsacrazione-fusione con l'immensità e libertà della natura, rispetto alla quale forse la morte non era il finale previsto. Forse sotto sotto prevedeva di tornare a casa e diventare un famoso scrittore, a partire dalla propria autobiografia romanzata: non per niente scriveva un diario in terza persona!
perchè la natura che Alexander ha in mente non è neutra, è quella appresa attraverso strati e strati di accumulazioni culturali, è la wilderness americana, pericolosa, affascinante, ma anche e soprattutto legata a un senso mistico di predestinazione alle grandi cose che tocca tutti gli americani, proprio perchè gli americani sono identificati da questo:
gli americani non sono il popolo eletto perchè vi deve nascere il messia. sono il popolo eletto perchè hanno costruito la propria identità attraverso il viaggio e la conquista della natura selvaggia, hanno sfidato l'immensità degli spazi, hanno coabitato con l'ambiente più ostile, vi hanno stabilito la propria piccola cellula abitativa, e nella solitudine hanno trovato il proprio orgoglio e la base del proprio diritto di proprietà (e di espansione ad libitum).

2) per secondo arriva Jon Krakauer, l'alpinista-giornalista, che unisce il mito al borsellino, l'utile al dilettevole, e come un vero attore addestrato sul metodo Stanislavski s'immedesima, ripercorre le tappe di Alexander, ricostruisce il suo cammino, incontra le stesse persone, succhia le stesse visioni, patisce lo stesso gelo e infine scrive un best-seller!

3) last but not least, ecco Sean Penn, che stanislavski ce l'ha nel curriculum, eccolo leggere il libro, rifare la stessa cosa, costringere anche la troupe a scalare collinette con tutta l'attrezzatura e ricreare visivamente il mito, romantico-americano mito dell'uomo che, diversamente dal romantico europeo, nel confrontarsi con l'immenso, non scompare né resta minuscolo testimone, ma a sua volta giganteggia, conquista le altezze dei monti e soprattutto le profondità del proprio spirito e le mitizza, le mostra come modello da imitare, santo e martire di un'idea di libertà individuale che seppur sconfitta sul piano materiale - perchè di sconfitta si dovrebbe trattare - invita a seguirlo, ciascuno nel suo piccolo, ciascuno a costruire a modo suo il proprio mito di libertà per poi ...consacrarlo alla famiglia. Come ben s'intuisce dalla chiusa.

non per niente, come giustamente ha notato paola, un film che dovrebbe trattare di un rifiuto, di un sottrarsi al benessere e alle "cose". è fatto invece con uno stile ricco, patinato, alla National Geographic, uno stile che assomiglia di più alla provenienza di Cristopher, che alle peregrinazioni di uno straccione!

ma come fanno quelli di Report, voglio ora aprire anche una piccola finestra di positività elogiando un altro film fatto da registi e attori "impegnati". apparentemente stupido e privo di significato, è in realtà un film cui non difettano quelle qualità di onestà e coerenza che Into the Wild non contempla, e che infatti è assai più riuscito, nella mia modesta opinione.

i due perfidi Coen, fratelli quasi siamesi continuano ad alternare film più intensi e film più leggeri: con Burn after reading - A prova di spia si sapeva già che toccava alla leggerezza. Mai peraltro esente da ironia e sarcasmo: il focus è l'assurda piccineria scombinata e ridicola delle motivazioni e delle scelte che guidano i personaggi in gioco.

E poichè i Coen, a differenza di Sean Penn e di molti altri, sono di quelli capaci di adeguare stile e struttura a ciò che vien narrato, o meglio ne fan tutt'uno, ne viene fuori un film che, per l'appunto, gioco scombinato e ridicolo è.

Ce lo conferma genialmente la chiusura.

Non è il capo della CIA a parlare con il suo vice, ma sono gli stessi Coen, che si pongono l'un l'altro la fatale e qui spassosa domanda. Una domanda che - fuor dalla battuta - molti dovrebbero porsi un po' più spesso, con la stessa onestà nella risposta.

Che cosa abbiamo capito da tutto questo?
Abbiamo capito che non lo dobbiamo fare più.
Già, solo che non sappiamo che cosa abbiamo fatto!