Ieri è andata in scena la presentazione del libro di Ragghianti. Si è parlato di collegamento fra attenzione per i beni artistici e consapevolezza dei dati, dei numeri, dei fatti che riguardano la società civile; si è parlato di collegamento fra la cultura e la realtà, che poi è determinata nella sua forma dalla cultura o incultura che la governa: se n'è parlato pur senza parlare, apparentemente, di politica, pur senza nominare la parola messa all'indice, 'ideologia', perché questi sono i nostri tempi, ci sono parole che fanno paura o dan fastidio, temi che annoiano. Ma 'ideologia' non vuol dire altro che insieme strutturato di idee, pensieri, che a volte son parsi tanto belli e importanti da consentire a qualcuno di usarli come un'arma terribile, per prendere un potere e abusarne, e questo è il loro pericolo, ma sono idee, cose, insomma, da non rinunciarci.
Possiamo continuare ad avere delle idee, sembra dire il non comunista Ragghianti nei suoi cinquant'anni di scritti. Si è parlato, mi è parso, anche di quel signore anziano che tre giorni fa in una piazza piena di gente ho sentito dire che il patrimonio di conquiste sudate da tante persone della sua età e da quelli che sono morti, conquiste che poi consistevano soprattutto nel diritto ad avere una voce nel proprio paese, non va gettato, e anche quello è un patrimonio da tutelare.
Quello stesso signore ha raccontato che per questo referendum, per i cinque milanesi oltre ai quattro nazionali, ha convinto sua suocera a recarsi ai seggi. Sua suocera ha 96 anni.
Avevo pensato a uno slogan per oggi e domani: CONVINCI UNA NONNA! Ma forse non ce n'è bisogno. I nonni e le nonne sono più pronti di noi. Allora, semplicemente, NON C'E' DUE SENZA TRE! ABBIAMO FATTO TRENTA, FACCIAMO TRENTUNO! Oppure CONVINCI TUA SUOCERA, qualunque età essa abbia. Promuoviamo questo referendum, la sacrosanta partecipazione dei cittadini è la prima difesa della salute delle idee.
I quesiti nazionali son più noti. Ecco invece il link in cui chi sostiene le ragioni dei sì di quelli comunali spiega di che cosa si tratta:
http://www.milanosimuove.it/wordpress/quesiti
Ed ecco, per il terzo quesito cittadino, quello che dice Milena Gabanelli, in chiusura di una puntata di Report, in cui i protagonisti del progetto del 'parco agoralimentare' che ora rischia l'affossamento sviscerano la questione:
In questi 3 anni tutto quello che si è deciso è che i terreni agricoli, valgono 10 volte tanto perché il progetto per cui l’Expo è stata destinata a Milano probabilmente cambia. Che cos’era questo progetto? Un’idea straordinaria, per una volta l’avevamo avuta noi, l’esposizione dell’agricoltura di tutto il mondo. Esponi il capitale naturale, ricostruendo i microclimi, lungo un chilometro con le coltivazioni dalle Filippine a quelle del Ghana dove vedi le piante del cacao,
del caffè, del tè che dall’altra parte degusti o acquisti. Un evento di formazione culturale,spettacolare e di business, ripetiamo lungo un chilometro, su un terreno agricolo che rimane tale anche quando finisce la fiera perché diventa permanente. Questo progetto è troppo rivoluzionario. Si preferisce il supermarket del cibo e i tradizionali padiglioni e quando la fiera finisce si smobilita e si edifica. A meno che il nuovo sindaco, che dovrà correre perché fra 4 anni si inaugura e c’è ancora tutto da fare, non abbia il coraggio del nuovo.
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giovedì 9 giugno 2011
venerdì 22 aprile 2011
Nube tossica dai campi coltivati. Agricoltori: delinquenti o vittime?
Zitto zitto, piano piano, un giorno di aprile nell'antico borgo di Settala arriva un invisibile ma puzzolente nuvolone. Tossico? Dicono di no, ma di certo è irritante, aggressivo, il nuvolaccio, come un gas lacrimogeno, e arriva quatto quatto sul far della notte. Una notte abbastanza calda perché a Settala ci fosse ancora in giro un po' di gente, e perché molti tenessero le finestre aperte. É subito caos. Qualcuno deve correre in ospedale, la zona est del milanese si mette in allarme. Torna il ricordo di Seveso. Secondo la tradizione, i settalesi han le gambe buone: gambe buone per scappare, questa volta, anche se in mattinata l'allarme rientra e tutti possono tornare a casa, magari per fare i bagagli per Pasqua.
Ma che fa la nostra agricoltura? I coltivatori si son “dimenticati” di coprire il diserbante con uno strato di terra, dicono. Quel diserbante non è mica anche il responsabile dei livelli di atrazina nell'acqua potabile, che di tanto in tanto superano la soglia? Ma c'è qualcuno che analizza le verdure che mangiamo per sapere se anche lì non ci siano magari un po' troppo alachlor, atrazina, cianazina, metolachlor e simazina, insomma, un po' troppe sostanze cancerogene? Sì, boh, a volte. Ma che diserbante si usa da noi? Forse il famigerato Roundup della Monsanto (non sto a spiegarlo qui e ora, ma per me è un po' come dire il nome del diavolo: fate le vostre ricerche su Monsanto, Roundup e Gliphosate)? Non è proprio a Rozzano, vicino a Settala, che pochi anni fa fu chiuso un pozzo dell'impianto idrico per via dell'atrazina? Boh. sì, forse. Ma in città va meglio! Forse. Oppure no. Come credete che manteniamo i marciapiedi e i bordi delle strade liberi dall'erba?
Ma che cosa fa, l'atrazina, oltre a far venire il cancro? Beh, niente di preoccupante: fa diventare ermafroditi i maschi delle rane (studi dell'università di Berkeley: verificate pure, non è una bufala)! Ottimo, più rane = meno zanzare, e finalmente torneranno ad aumentare le simpatiche amiche, dopo che i nuovi fantastici metodi di coltivazione nelle risaie le avevano abbattute (acqua per pochi giorni = le zanzare fanno in tempo a riprodursi, i girini muoiono). Forse anche i maschi degli umani, in futuro. Qualcuno sarà contento, ma potrebbe essere un'evenienza un pochino problematica. Chissà. non scherziamo, pare che la mutazione sessuale nel maschio umano richiedeae 600 volte la dose di atrazina sufficiente nelle rane. Quindi per ora tranquilli, niente pancione, al massimo un po' di tette (ma l'inquinamento da estrogeni si somma all'atrazina, quindi chissà...).
Ma come stanno andando le cose? Da anni ci dicono che l'uso di diserbanti e pesticidi in agricoltura sta diminuendo progressivamente (già, così dicono anche dell'inquinamento atmosferico da autovetture, ma in queste affermazioni generiche la verità è semplicemente “saltata” a piè pari), e in qualche zona sarà anche vero, ma una breve ricerca mi conduce a un documento ufficiale. Pur nella sua difficoltà di lettura e capziosità di linguaggio pseudo-scientifico ci fornisce dati che mostrano invece un ritrovamento crescente di sostanze dannose nelle acque lombarde, per rimanere in zona. Guardate infatti lo studio di Chinaglia e Fiore sul sito www.apat.gov.it. Non guardate le frasi di conclusione, ma i dati! Altri documenti ci dicono che rispetto alla provincia di Milano, Mantova e Varese sono messe peggio e l'Unione Europea ha richiesto la chiusura dei pozzi per almeno 8 località (che vuol dire che otto comuni dovrebbero rimanere del tutto a secco). Poi ci sono le zone e i singoli contadini virtuosi, che qua e là fanno migliorare le cose. Ma, ahimè. È un po' come il nucleare. L'atrazina nell'acqua è il residuo di coltivazioni di parecchi anni fa, ora non la si usa più, ma c'è ancora! Con pochi soldi, pochi ricercatori eseguono monitoraggi sempre parziali della situazione, il che vuol dire che sempre nuove sostanze possono sfuggire ai vecchi parametri, in misura crescente di anno in anno. All'agricoltura si somma la crescente “pressione antropica”, che ha ridotto la Lombardia a una città-regione il cui unico parziale argine sono le montagne. Così si monitora qualcosa, qualcos'altro sfugge, e soprattutto sfuggono le somme, i conti non tornano. E dopo che si è monitorato, che si fa? Si chiude qualche pozzo in più? O...si alza la soglia degli inquinanti ammessi nell'acqua potabile, e il gioco è fatto! Altro che rane ermafrodite: governanti tocchi! Che dire, dunque degli agricoltori, se non che si tratta di una categoria perfettamente integrata in uno scenario di mancanza di vera sensibilità e responsabilità nei confronti dell'ambiente? Vittime dunque dell'ignoranza favorita da un governo furbastro, i contadini, ma rei di condividere l'inerzia sovrana. C'è differenza fra generica sensibilità per i problemi ambientali (= oddio, è uno schifo, che orrore, ma io che ci posso fare?) e autentico, umano senso di responsabilità (= coltivo biologico, vendo o compro biologico, uso meno l'auto, compro prodotti coltivati qua vicino, la smetto con frutta e verdura fuori stagione... come primo passo!). Sono uno di quegli agricoltori che coltivano senza sosta lo stesso campo, un anno mais e l'anno dopo mais, e magari l'anno dopo frumento (fantastica pseudo-rotazione priva di senso!), negli ultimi fazzoletti di terra fra città e impianti industriali, e seguo quasi per bene tutte le linee guida fornite dalla regione e dal consorzio agrario, cioè spargo i fitofarmaci nelle dosi consigliate e poi ci metto sopra lo strato di terra previsto? Sono uno di quegli agricoltori che “non credono nel biologico” senza averci mai provato? Uno di quelli che se hanno a fianco un campo bio, circondato da molte varietà di alberi autoctoni nei filari, di quelli che servono da protezione e da riequilibrio dei parassiti, glieli abbatto perché fanno ombra sul mio campo?
Forse posso invece tornare a fare un mestiere di cui essere orgoglioso, condividere benessere invece che inquinamento, ridare un po' di salute alla mia terra, ricominciare a conoscere il mio campo e le mie piante, accendere il cervello e tornare a svolgere la mia antica funzione di tutela del territorio. Essere, insomma, un vero contadino. Oppure vendere. Ma non a un'immobiliare, grazie.
Ma che fa la nostra agricoltura? I coltivatori si son “dimenticati” di coprire il diserbante con uno strato di terra, dicono. Quel diserbante non è mica anche il responsabile dei livelli di atrazina nell'acqua potabile, che di tanto in tanto superano la soglia? Ma c'è qualcuno che analizza le verdure che mangiamo per sapere se anche lì non ci siano magari un po' troppo alachlor, atrazina, cianazina, metolachlor e simazina, insomma, un po' troppe sostanze cancerogene? Sì, boh, a volte. Ma che diserbante si usa da noi? Forse il famigerato Roundup della Monsanto (non sto a spiegarlo qui e ora, ma per me è un po' come dire il nome del diavolo: fate le vostre ricerche su Monsanto, Roundup e Gliphosate)? Non è proprio a Rozzano, vicino a Settala, che pochi anni fa fu chiuso un pozzo dell'impianto idrico per via dell'atrazina? Boh. sì, forse. Ma in città va meglio! Forse. Oppure no. Come credete che manteniamo i marciapiedi e i bordi delle strade liberi dall'erba?
Ma che cosa fa, l'atrazina, oltre a far venire il cancro? Beh, niente di preoccupante: fa diventare ermafroditi i maschi delle rane (studi dell'università di Berkeley: verificate pure, non è una bufala)! Ottimo, più rane = meno zanzare, e finalmente torneranno ad aumentare le simpatiche amiche, dopo che i nuovi fantastici metodi di coltivazione nelle risaie le avevano abbattute (acqua per pochi giorni = le zanzare fanno in tempo a riprodursi, i girini muoiono). Forse anche i maschi degli umani, in futuro. Qualcuno sarà contento, ma potrebbe essere un'evenienza un pochino problematica. Chissà. non scherziamo, pare che la mutazione sessuale nel maschio umano richiedeae 600 volte la dose di atrazina sufficiente nelle rane. Quindi per ora tranquilli, niente pancione, al massimo un po' di tette (ma l'inquinamento da estrogeni si somma all'atrazina, quindi chissà...).
Ma come stanno andando le cose? Da anni ci dicono che l'uso di diserbanti e pesticidi in agricoltura sta diminuendo progressivamente (già, così dicono anche dell'inquinamento atmosferico da autovetture, ma in queste affermazioni generiche la verità è semplicemente “saltata” a piè pari), e in qualche zona sarà anche vero, ma una breve ricerca mi conduce a un documento ufficiale. Pur nella sua difficoltà di lettura e capziosità di linguaggio pseudo-scientifico ci fornisce dati che mostrano invece un ritrovamento crescente di sostanze dannose nelle acque lombarde, per rimanere in zona. Guardate infatti lo studio di Chinaglia e Fiore sul sito www.apat.gov.it. Non guardate le frasi di conclusione, ma i dati! Altri documenti ci dicono che rispetto alla provincia di Milano, Mantova e Varese sono messe peggio e l'Unione Europea ha richiesto la chiusura dei pozzi per almeno 8 località (che vuol dire che otto comuni dovrebbero rimanere del tutto a secco). Poi ci sono le zone e i singoli contadini virtuosi, che qua e là fanno migliorare le cose. Ma, ahimè. È un po' come il nucleare. L'atrazina nell'acqua è il residuo di coltivazioni di parecchi anni fa, ora non la si usa più, ma c'è ancora! Con pochi soldi, pochi ricercatori eseguono monitoraggi sempre parziali della situazione, il che vuol dire che sempre nuove sostanze possono sfuggire ai vecchi parametri, in misura crescente di anno in anno. All'agricoltura si somma la crescente “pressione antropica”, che ha ridotto la Lombardia a una città-regione il cui unico parziale argine sono le montagne. Così si monitora qualcosa, qualcos'altro sfugge, e soprattutto sfuggono le somme, i conti non tornano. E dopo che si è monitorato, che si fa? Si chiude qualche pozzo in più? O...si alza la soglia degli inquinanti ammessi nell'acqua potabile, e il gioco è fatto! Altro che rane ermafrodite: governanti tocchi! Che dire, dunque degli agricoltori, se non che si tratta di una categoria perfettamente integrata in uno scenario di mancanza di vera sensibilità e responsabilità nei confronti dell'ambiente? Vittime dunque dell'ignoranza favorita da un governo furbastro, i contadini, ma rei di condividere l'inerzia sovrana. C'è differenza fra generica sensibilità per i problemi ambientali (= oddio, è uno schifo, che orrore, ma io che ci posso fare?) e autentico, umano senso di responsabilità (= coltivo biologico, vendo o compro biologico, uso meno l'auto, compro prodotti coltivati qua vicino, la smetto con frutta e verdura fuori stagione... come primo passo!). Sono uno di quegli agricoltori che coltivano senza sosta lo stesso campo, un anno mais e l'anno dopo mais, e magari l'anno dopo frumento (fantastica pseudo-rotazione priva di senso!), negli ultimi fazzoletti di terra fra città e impianti industriali, e seguo quasi per bene tutte le linee guida fornite dalla regione e dal consorzio agrario, cioè spargo i fitofarmaci nelle dosi consigliate e poi ci metto sopra lo strato di terra previsto? Sono uno di quegli agricoltori che “non credono nel biologico” senza averci mai provato? Uno di quelli che se hanno a fianco un campo bio, circondato da molte varietà di alberi autoctoni nei filari, di quelli che servono da protezione e da riequilibrio dei parassiti, glieli abbatto perché fanno ombra sul mio campo?
Forse posso invece tornare a fare un mestiere di cui essere orgoglioso, condividere benessere invece che inquinamento, ridare un po' di salute alla mia terra, ricominciare a conoscere il mio campo e le mie piante, accendere il cervello e tornare a svolgere la mia antica funzione di tutela del territorio. Essere, insomma, un vero contadino. Oppure vendere. Ma non a un'immobiliare, grazie.
martedì 19 aprile 2011
nucleare: noi come Arianna e Teseo?
La questione nucleare è una cartina di tornasole della funzionalità della politica dal basso, della partecipazione responsabile di noi tutti al nostro destino, insomma, della democrazia.
Ricordate il mito del Minotauro, o la storia di San Giorgio e il Drago? Sacrificare ogni anno fanciulli e fanciulle era il patto, odioso ma giudicato accettabile, che evitava alle popolazioni, governate da re, un pericolo più grande. Non risulta che la gente si opponesse al volere dei loro governanti.
Le implicazioni simboliche di quei racconti sono tante, ma qua interessa solo la questione del giudizio, condiviso dall’autorità politica e dal popolo (ma probabilmente non dalle vittime), di accettabilità del sacrificio. Nei miti come nella realtà presente.
Oggi riteniamo di essere civilizzati perché guerre e sacrifici umani sono lontani da noi nel tempo e/o nello spazio. Intanto viviamo in un complicato e sviluppatissimo comfort, benché a volte un po’ zoppicante e bizzarro nel bilanciamento fra quantità di ricchezze e di apparati tecnologici disponibili e qualità ‘percepita’ della vita.
L’abbiamo scelto: siamo in democrazia. Ma che cosa abbiamo scelto? Siamo sicuri di saperlo? E se il potere fosse in mano nostra, in mano mia, invece che in quelle dei deputati e senatori che mi rappresentano, farei le stesse scelte?
Va bene andare avanti così, o si percepisce un pericolo? Non si sta diffondendo la sensazione che le nostre economie, già in crisi da tempo, stiano barcollando sopra qualcosa di simile alle bolle speculative su cui sono crollate numerose grandi aziende in Italia e nel mondo? Va bene così, o le politiche energetiche dei governi occidentali evidenziano, nella loro pazza corsa al nucleare, la confusione e il panico strisciante dati dalla prospettiva di risultare prima o poi quel che già siamo, cioè più poveri di molti paesi emergenti che detengono maggiori risorse?
È per questo che, sotto sotto, siamo tutti d’accordo nel sacrificare fanciulli e fanciulle al drago?
Non è forse il panico di perdere i propri privilegi che accomuna i politici rei di scelte poco lungimiranti e a volte inumane e noi abbindolati dai numeri del Pil e dalle statistiche sulla crescita industriale? E non è forse la paura che immobilizza molti e li rende acritici e inerti, a volte beati, davanti allo spettacolo squallido di un premier simbolo del maschio italiano che nonostante tutto si diverte, orgoglioso del suo potere?
Forse sì, abbiamo paura, eppure credo che il nucleare evidenzi una frattura fra ciò che apparentemente accetto e ciò che effettivamente sceglierei. Nonostante l’inerzia di molti di noi, credo che ci sia davvero differenza fra ciò che il governo decide e ciò che noi, al loro posto, sapendo tutto quel che c’è da sapere, sceglieremmo.
Il problema del nucleare mette in luce uno stato di sofferenza dei meccanismi della democrazia, che occorre invece rivitalizzare, mostrando attivamente il nostro parere.
Siamo disposti a sacrificare gli innocenti al Minotauro, al drago? Se ci rassicurano sul fatto che teoricamente nessun danno dovrebbe conseguirne per noi e i nostri figli, che c’è una pressoché totale sicurezza, che è un’energia pulita, sembra che noi non chiediamo altro, che ci lasciamo rassicurare, rifiutando i pareri diversi come questioni ideologiche e faziose, e ci teniamo invece i vantaggi, le facili prospettive di ricchezza – o almeno così appaiono.
Ma che cosa riceveremo, precisamente, in cambio? Perché mettere un drago nel nostro giardino? Saremo forse un po’ più ricchi, pagheremo meno la bolletta dell’energia elettrica, diminuirà qualche tassa comunale, saremo meno dipendenti dal petrolio e quindi da altri paesi? Forse.
Ci rassicurano: in Italia non può verificarsi né Chernobil né Fukushima. Ma il nucleare fa male solo in caso di terremoti o tsunami? Per il resto, è pulito e sicuro?
Non c’è modo di sapere se non ci sarà mai un errore umano. Anche se non ci fosse, non c’è modo di evitare i piccoli continui ‘incidenti’ che si verificano nelle centrali esistenti nel mondo, così ordinari da non essere nemmeno considerati tali. Il nucleare produce nel pianeta una radioattività che prima non esisteva, che viene in parte rilasciata nell’ambiente, un giorno dopo l’altro. Ogni organismo contaminato diventa a sua volta un trasmettitore, inclusi i corpi delle persone. Una lattina di carne in scatola ermeticamente chiusa può essere analizzata (con un esame condotto servendosi di minerali radioattivi) per sapere se è stata prodotta prima o dopo lo sgancio della prima bomba atomica: da allora, non c’è più niente che non sia contaminato dal fall out generato dall’impiego del nucleare per guerre, test militari e impieghi civili. Per anni Francia e Stati Uniti hanno ‘provato’ le loro bombe nei deserti o in mezzo al mare. La radiazioni se ne sono andate nell’aria, nell’acqua, nei tessuti animali, e a poco a poco sono state trasportate per il mondo dalle piogge, un’esplosione dopo l’altra, e sono ancora qua con noi. Poi sono arrivati missili, semplici proiettili, piccole atomiche poco visibili diffuse qua e là nelle guerre e anche in oggetti del tutto pacifici. Prodotti anche da noi, giorno dopo giorno.
Che ne è dei materiali che già oggi, negli ospedali, nei laboratori e nelle fabbriche entrano quotidianamente in contatto con le radiazioni? Che ne è delle piccole fughe, piccole contaminazioni che si accumulano già ora nel tempo e nello spazio, sovrapponendosi all’inquinamento atmosferico, alle onde elettromagnetiche, alla chimica che ingeriamo con gli alimenti industriali, con la frutta e la verdura coltivate lungo le autostrade e irrorate con il veleno? Quanto possiamo tirarla ancora, questa corda?
Gli americani, le scorie radioattive, le mettono in un buco in mezzo a un deserto di sale, New Mexico, ma perfino lì c’è dell’umidità, e alle goccioline che poi evaporano, gli atomi instabili affidano i loro magici raggi. Nemmeno il buco in mezzo al deserto è la soluzione, ma al momento è il male minore.
E da noi, invece, che fine fanno le scorie quotidiane e i rifiuti da impianti in dismissione? In teoria, va tutto nei buchi scavati qua e là, ma in pratica, possiamo essere sicuri che non finiscano in discarica com’è accaduto in Brasile, o non siano riciclati in un’altra lavorazione, com’è accaduto in Cina, o siano stoccati in una nave poi affondata in mare, com’è accaduto in Italia? Nel paese delle discariche abusive, della diossina nell’acqua, nella terra, nel latte, nel paese della ‘questione napoletana’, possiamo immaginare che tutto vada con nettezza e precisione in un buco in mezzo al deserto?
Ci sono dei morti. Cancri, leucemie, forse altre malattie, forse anche molte malattie non mortali.
Il numero di correlazione certa dei morti alla radioattività emessa da attività umane negli ultimi 60 anni è ignoto: si sa solo che ci sono stati e ci saranno dei morti. Sul nucleare vige molta incertezza e solo una certezza: qualcuno, prima o poi, muore. Certo, si muore anche per molti altri draghi nella nostra economia. Pattumiera e produzione energetica, industria chimica, trasporto su gomma...
Ma qualcuno in più, col nucleare, lo manderemo, suo malgrado e spesso a sua insaputa, volontariamente e d’accordo con i governanti che abbiamo democraticamente eletto, dritto in bocca al Minotauro.
Forse è ora di ricordarci che possiamo e dobbiamo essere noi, oggi, i nipotini di Arianna, Teseo e Giorgio.
Ricordate il mito del Minotauro, o la storia di San Giorgio e il Drago? Sacrificare ogni anno fanciulli e fanciulle era il patto, odioso ma giudicato accettabile, che evitava alle popolazioni, governate da re, un pericolo più grande. Non risulta che la gente si opponesse al volere dei loro governanti.
Le implicazioni simboliche di quei racconti sono tante, ma qua interessa solo la questione del giudizio, condiviso dall’autorità politica e dal popolo (ma probabilmente non dalle vittime), di accettabilità del sacrificio. Nei miti come nella realtà presente.
Oggi riteniamo di essere civilizzati perché guerre e sacrifici umani sono lontani da noi nel tempo e/o nello spazio. Intanto viviamo in un complicato e sviluppatissimo comfort, benché a volte un po’ zoppicante e bizzarro nel bilanciamento fra quantità di ricchezze e di apparati tecnologici disponibili e qualità ‘percepita’ della vita.
L’abbiamo scelto: siamo in democrazia. Ma che cosa abbiamo scelto? Siamo sicuri di saperlo? E se il potere fosse in mano nostra, in mano mia, invece che in quelle dei deputati e senatori che mi rappresentano, farei le stesse scelte?
Va bene andare avanti così, o si percepisce un pericolo? Non si sta diffondendo la sensazione che le nostre economie, già in crisi da tempo, stiano barcollando sopra qualcosa di simile alle bolle speculative su cui sono crollate numerose grandi aziende in Italia e nel mondo? Va bene così, o le politiche energetiche dei governi occidentali evidenziano, nella loro pazza corsa al nucleare, la confusione e il panico strisciante dati dalla prospettiva di risultare prima o poi quel che già siamo, cioè più poveri di molti paesi emergenti che detengono maggiori risorse?
È per questo che, sotto sotto, siamo tutti d’accordo nel sacrificare fanciulli e fanciulle al drago?
Non è forse il panico di perdere i propri privilegi che accomuna i politici rei di scelte poco lungimiranti e a volte inumane e noi abbindolati dai numeri del Pil e dalle statistiche sulla crescita industriale? E non è forse la paura che immobilizza molti e li rende acritici e inerti, a volte beati, davanti allo spettacolo squallido di un premier simbolo del maschio italiano che nonostante tutto si diverte, orgoglioso del suo potere?
Forse sì, abbiamo paura, eppure credo che il nucleare evidenzi una frattura fra ciò che apparentemente accetto e ciò che effettivamente sceglierei. Nonostante l’inerzia di molti di noi, credo che ci sia davvero differenza fra ciò che il governo decide e ciò che noi, al loro posto, sapendo tutto quel che c’è da sapere, sceglieremmo.
Il problema del nucleare mette in luce uno stato di sofferenza dei meccanismi della democrazia, che occorre invece rivitalizzare, mostrando attivamente il nostro parere.
Siamo disposti a sacrificare gli innocenti al Minotauro, al drago? Se ci rassicurano sul fatto che teoricamente nessun danno dovrebbe conseguirne per noi e i nostri figli, che c’è una pressoché totale sicurezza, che è un’energia pulita, sembra che noi non chiediamo altro, che ci lasciamo rassicurare, rifiutando i pareri diversi come questioni ideologiche e faziose, e ci teniamo invece i vantaggi, le facili prospettive di ricchezza – o almeno così appaiono.
Ma che cosa riceveremo, precisamente, in cambio? Perché mettere un drago nel nostro giardino? Saremo forse un po’ più ricchi, pagheremo meno la bolletta dell’energia elettrica, diminuirà qualche tassa comunale, saremo meno dipendenti dal petrolio e quindi da altri paesi? Forse.
Ci rassicurano: in Italia non può verificarsi né Chernobil né Fukushima. Ma il nucleare fa male solo in caso di terremoti o tsunami? Per il resto, è pulito e sicuro?
Non c’è modo di sapere se non ci sarà mai un errore umano. Anche se non ci fosse, non c’è modo di evitare i piccoli continui ‘incidenti’ che si verificano nelle centrali esistenti nel mondo, così ordinari da non essere nemmeno considerati tali. Il nucleare produce nel pianeta una radioattività che prima non esisteva, che viene in parte rilasciata nell’ambiente, un giorno dopo l’altro. Ogni organismo contaminato diventa a sua volta un trasmettitore, inclusi i corpi delle persone. Una lattina di carne in scatola ermeticamente chiusa può essere analizzata (con un esame condotto servendosi di minerali radioattivi) per sapere se è stata prodotta prima o dopo lo sgancio della prima bomba atomica: da allora, non c’è più niente che non sia contaminato dal fall out generato dall’impiego del nucleare per guerre, test militari e impieghi civili. Per anni Francia e Stati Uniti hanno ‘provato’ le loro bombe nei deserti o in mezzo al mare. La radiazioni se ne sono andate nell’aria, nell’acqua, nei tessuti animali, e a poco a poco sono state trasportate per il mondo dalle piogge, un’esplosione dopo l’altra, e sono ancora qua con noi. Poi sono arrivati missili, semplici proiettili, piccole atomiche poco visibili diffuse qua e là nelle guerre e anche in oggetti del tutto pacifici. Prodotti anche da noi, giorno dopo giorno.
Che ne è dei materiali che già oggi, negli ospedali, nei laboratori e nelle fabbriche entrano quotidianamente in contatto con le radiazioni? Che ne è delle piccole fughe, piccole contaminazioni che si accumulano già ora nel tempo e nello spazio, sovrapponendosi all’inquinamento atmosferico, alle onde elettromagnetiche, alla chimica che ingeriamo con gli alimenti industriali, con la frutta e la verdura coltivate lungo le autostrade e irrorate con il veleno? Quanto possiamo tirarla ancora, questa corda?
Gli americani, le scorie radioattive, le mettono in un buco in mezzo a un deserto di sale, New Mexico, ma perfino lì c’è dell’umidità, e alle goccioline che poi evaporano, gli atomi instabili affidano i loro magici raggi. Nemmeno il buco in mezzo al deserto è la soluzione, ma al momento è il male minore.
E da noi, invece, che fine fanno le scorie quotidiane e i rifiuti da impianti in dismissione? In teoria, va tutto nei buchi scavati qua e là, ma in pratica, possiamo essere sicuri che non finiscano in discarica com’è accaduto in Brasile, o non siano riciclati in un’altra lavorazione, com’è accaduto in Cina, o siano stoccati in una nave poi affondata in mare, com’è accaduto in Italia? Nel paese delle discariche abusive, della diossina nell’acqua, nella terra, nel latte, nel paese della ‘questione napoletana’, possiamo immaginare che tutto vada con nettezza e precisione in un buco in mezzo al deserto?
Ci sono dei morti. Cancri, leucemie, forse altre malattie, forse anche molte malattie non mortali.
Il numero di correlazione certa dei morti alla radioattività emessa da attività umane negli ultimi 60 anni è ignoto: si sa solo che ci sono stati e ci saranno dei morti. Sul nucleare vige molta incertezza e solo una certezza: qualcuno, prima o poi, muore. Certo, si muore anche per molti altri draghi nella nostra economia. Pattumiera e produzione energetica, industria chimica, trasporto su gomma...
Ma qualcuno in più, col nucleare, lo manderemo, suo malgrado e spesso a sua insaputa, volontariamente e d’accordo con i governanti che abbiamo democraticamente eletto, dritto in bocca al Minotauro.
Forse è ora di ricordarci che possiamo e dobbiamo essere noi, oggi, i nipotini di Arianna, Teseo e Giorgio.
lunedì 21 marzo 2011
libro di Ragghianti sulla tutela
Ho deciso di promuovere questo libro che ho curato insieme a Emanuele Pellegrini, storico dell'arte e della critica d'arte e primo ideatore del progetto; c'è anche una nota introduttiva di Donata Levi, ordinario dell'Università di Udine e attiva promotrice di iniziative nel campo della tutela. Con questa promozione svelo la mia identità. Del resto non intendevo tenerla nascosta ma semplicemente lasciare che le invettive piovessero da una sorta di anonimato, come accade di solito. Per le invettive, la mia identità non è importante, e nemmeno per questo libro, visto che non l'ho scritto io ma un grande storico dell'arte, antifascista e cittadino responsabile, Carlo Ludovico Ragghianti. Penso che sia importante e interessante anche per verificare con grande chiarezza cinquant'anni di tentativi di difesa dell'ambiente naturale e artistico italiano e cinquant'anni di difficoltà, resistenze, piccoli passi e molti sbagli da parte dei governi italiani.
Da questo libro, dalle sue dirette testimonianze e battaglie, si capisce molto bene come sono andate le cose e da che cosa deriva parte dell'attuale situazione. Non è una storia della tutela ma ci sono le tappe, le commissioni parlamentari, le leggi sbagliate, il fallimento dell'istituzione del ministero, e soprattutto la combattività, nonostante tutto, di un cittadino nel vero senso della parola e dei tanti che lui e altri seppero sensibilizzare.
Il volume, Carlo Ludovico Ragghianti. Il valore del patrimonio culturale. Scritti dal 1935 al 1987 raccoglie una selezione degli scritti di Ragghianti, antifascista e storico dell'arte, sulla tutela urbanistica, artistica e paesaggistica, scritti fra il 1935 e la sua morte, ed è già in distribuzione nelle principali librerie o acquistabile con lo sconto del 15% direttamente dal sito (e costa davvero poco). Lo trovate online al sito www.felicieditore.it
Da questo libro, dalle sue dirette testimonianze e battaglie, si capisce molto bene come sono andate le cose e da che cosa deriva parte dell'attuale situazione. Non è una storia della tutela ma ci sono le tappe, le commissioni parlamentari, le leggi sbagliate, il fallimento dell'istituzione del ministero, e soprattutto la combattività, nonostante tutto, di un cittadino nel vero senso della parola e dei tanti che lui e altri seppero sensibilizzare.
Il volume, Carlo Ludovico Ragghianti. Il valore del patrimonio culturale. Scritti dal 1935 al 1987 raccoglie una selezione degli scritti di Ragghianti, antifascista e storico dell'arte, sulla tutela urbanistica, artistica e paesaggistica, scritti fra il 1935 e la sua morte, ed è già in distribuzione nelle principali librerie o acquistabile con lo sconto del 15% direttamente dal sito (e costa davvero poco). Lo trovate online al sito www.felicieditore.it
lunedì 29 settembre 2008
iperfantasmi
Non m’intendo un granché di architettura, ma ho l’impressione che i progetti per centri commerciali, outlet e quant’altro seguano criteri per lo meno surreali.
Pare che l’accettazione di un progetto dipenda da alcuni criteri fissi e da altri variabili a seconda della posizione geografica. Gli architetti si trovano davanti un’area, a volte molto vasta, e una richiesta basata su un'esigenza funzionale: dato il rispetto per quei pochi criteri, possono sbizzarrirsi - tanto chi ne capisce fra i vari amministratori che devono dare l’ok - anche se poi non fanno che scopiazzarsi.
Fissi: risparmio (non significa che vince il progetto più economico, ma quello che dichiara più risparmio – non si sa bene rispetto a che cosa).
Variabili: interessi delle parti e qualità dell’integrazione nell’ambiente circostante.
Sugli interessi delle parti lascio le invettive a sociologi, politici, economisti e comuni cittadini.
Sull’ultimo fattore, invece, vorrei esprimere il mio personale disappunto.
Se il progetto viene realizzato in città, l’integrazione dipenderà da volatili fattori di coerenza con la storia culturale, architettonica e urbanistica di quella città.
Ciò significa che, se costruisco per esempio a Milano, sarò favorito se uso un bel po’ di mattone rosso, qualche profilo di facciata a capanna, oculi rotondi e se proprio vogliamo fare i raffinati la distruzione-recupero di frammenti di un edificio preesistente. Guarda caso criteri analoghi varranno anche a Torino... ma, sorpresa, non sembrano molto diversi in molte altre aree d'Italia e d'Europa. Insomma, tutti questi sforzi per localizzare l'emblema della globalizzazione sembrano destinati a fallire: strano!
Caso: lo spazio urbano è fitto di altri edifici e ristretto. Posso scegliere fra due opzioni: progetto poco visibile, di basso profilo, che non scontenta nessuno. Progetto “audace”, molto visibile, che si innesta solitamente con una forma geometrica semplice e materiali vistosi in un contesto che ne viene così spezzato ed eventualmente esaltato per contrasto. Quindi, se c’è un’amministrazione di destra propongo il primo, se di sinistra il secondo.
Pertanto: se c'è la destra, farò uno scatolone rosonato coperto in klinker simil-cotto, la cui foggia non offenda la skyline - ché mica sono Zaha o Daniel. Se invece c'è - ma questo sarà a lungo difficile - una sinistra molto progressista, proprorrò liberamente - entro il budget - superfici ondulate, labirinti a più livelli, corridoi biomorfi e vistosi tetti coperti di pannelli fotovoltaici, ma inserendo al centro la vecchia ciminiera restaurata.
Tuttavia, a fronte di progetti di grandi architetti che promuovono la bellezza nel nuovo e nel bizzarro, se non sono uno di loro, devo ricordarmi che oggi prevale la tendenza a premiare in ogni caso il basso profilo, per lo meno in città, dove è facile offendere qualcuno.
In periferia e in campagna, il discorso cambia. L’importante è capire se ci troviamo appunto in periferia o in campagna. Ciò non dipende dalla vicinanza di una grande città. Città, campagna e periferia si alternano ovunque a macchia di leopardo. Un centro commerciale può essere costruito ad esempio alla periferia di Gorgonzola. Se ci sono un po’ di capannoni industriali, capannoni-negozi e capannoni-ristoranti uno dietro l’altro lungo un asse viario, siamo in periferia.
Se mi trovo in campagna, magari una campagna di lussuose seconde case, il principio del rispetto del territorio e delle sue tradizioni diventa stringente. Poniamo di costruire un'iperqualcosa in Toscana, terra dei più antichi decreti urbanistici restrittivi che ha portato la piazza di Siena ad essere fra le prime tutelate: tuttora vale il criterio delle tendine marroni per tutti, compreso Mac Donald.
In codesta regione, proporrò anzitutto rivestimenti di pregio, colori mimetici, basso "impatto ambientale". Dovrò aver cura particolare per la piantumazione in filari di sapore carducciano, dove passeri e rusignoli possano nidificare. Ma se mi trovo, nella stessa regione, in periferia, dovrò proporre un recupero e valorizzazione della cultura del territorio, con rivestimenti di simil-pregio, colori un po' meno mimetici e una piazzetta dove le persone possano incontrarsi come una volta.
Se invece mi trovo, poniamo, nella periferia di Roma, avrò bisogno di forme e materiali innovativi, che riqualificano le aree di edilizia popolare con un innesto vistoso, futuro punto di riferimento per migliaia di cittadini in cerca di novità. Potrò ad esempio basare l'attrattiva del luogo sui rivestimenti colorati. A mo' di esempio cito con qualche libertà da un sito: "Il visitatore è infatti sorpreso da un disegno articolato che si sviluppa sulla pavimentazione: una stella nera a 8 punte, in nero cerchiata da una fascia in giallo. La composizione, di 5 metri e mezzo di diametro, circonda il pilastro collocato a metà galleria. Particolarmente suggestivo l'accostamento dei colori, nonché l'andamento ondulato del disegno, i cui diversi elementi sembrano giocare muovendosi in direzioni diverse. Questo alternarsi di linee, tratti e colori si ritrova anche al piano terra: un'altra stella a 8 punte e 3 grandi soli a 24 punte, di circa 6 metri di diametro, anch'essi chiusi da una fascia circolare in giallo. Tutta la restante pavimentazione è invece in simil travertino, capace di creare un'atmosfera luminosa ed elegante"... tutti a giocare con i disegni e i colori dei pavimenti, dunque, utilissimi nell'indicarci visivamente i percorsi più funzionali per accedere ai vari negozi! Meno utili, nella ripetizione di stelle o rose o cerchi concentrici che siano, per aiutarci nel non facile orientamento interno (per non parlare dell'orientamento nel parcheggio). Ma pazienza.
Un caso a se stante è quello della Brianza, una delle zone più devastate dal progresso postbellico: talmente devastata, che la presenza di qualcosa di bello là in mezzo viene immediatamente percepita come un'emergenza monumentale che le Belle Arti proteggono o dovrebbero proteggere, a patto che abbia più di un secolo. Quindi devo anzitutto informarmi su che cosa ci sia di bello lì vicino. Se ad esempio sono nei pressi di una certa cappella con affreschi che raccontano la vita di San Bisbetico, famoso monaco di clausura, chiamerò il mio progetto Orti di San Bisbetico. Poi procederò come segue: se c'è tanto spazio, costruirò un bel centro commerciale come pare a me, liberando la mia immaginazione, tanto il dintorno è talmente stratificato che non c'è materiale tipico usabile - a meno che i soldi me li dia uno della Lega. Inoltre potrò piantare molte decine di alberelli negli spartitraffico vicini, di modo da ottemperare agli oneri di urbanizzazione dando molto ossigeno... alla mia immagine di progettista sensibile al paesaggio e alla natura.
Altro caso particolare è quello della periferia continua legata all'A4, in particolare nella tratta Rho-Venezia. Lungo questo serpentone posso concentrare due tipologie di progetto: l'iperbrutto, tanto non si rovina nulla, e l'ipervistoso, che dall'autostrada lo vedono tutti ed è una bella pubblicità.
Ma la mia invettiva parte da un altro ordine di constatazioni. Il reticolato di strade esistenti in Italia, la struttura degli abitati, la densità di veicoli non sono fatti per accogliere questi iperfunghi cittadelle dello shopping.
Dove ne nasce una nuova, oltre a perdersi una linea dell'orizzonte, si perde un modo di vivere.
Il traffico delle città all'ora di punta viene immediamente replicato intorno al nuovo bubbone. Proliferano anelli concentrici di strade, vere e proprie circonvallazioni con rispettive rotonde. Forse una strategia per svuotarci la testa ancor prima di entrare? Ponti e sottopassi trasformano anche in verticale la percezione del territorio. Cotto o non cotto, qualunque memoria è cancellata. Divenuta un'area off-limits per i pedoni (ad eccezione dell'ampio parcheggio), si trasforma in inferno per chi si trova a passar di lì in auto di sabato o ahimè anche di domenica.
La Torre Velasca non ha colpa, ma la valorizzazione del territorio italiano passa attraverso il profilo che ricorda il vicino maniero.
Il materiale si giostra con poco o nessun significato fra "natura" e "cultura", la forma fra "tradizione" e "innovazione", la dimensione dipende dalla disponibilità di appezzamenti ex agricoli da trasformare in vie di accesso, mentre il risultato fisso è l'implosione del traffico circostante.
Percorro le campagne e ogni settimana vedo aprirsi nuovi baratri nel corpo della terra già offesa da contadini non più affezionati al loro lavoro, o devastata in ogni modo dal trionfo della logistica su gomma. Sembra che non ci sia più un salvabile da salvare. Che se ne faranno i bambini della salvaguardia di un campo vuoto, lì, fra la superstrada e l'ipercosone? Anzi, meglio farlo fuori, potrebbero accamparsi gli zingari. Ma c'è una speranza. Sotto l'iperpiaga c'è una bolla speculativa: sono troppi, troppo vicini uno all'altro. In più qualcuno ricomincia a comprare il latte e il formaggio dal fattore, o si organizza in gruppi d'acquisto solidale. Molti di questi distributori di merci falliranno, mi auguro, e sarà un nuovo orizzonte di archeologia postindustriale, attraversata in notturna, per gioco e per avventura, da migliaia di nomadi a rotelle, o abitata dai pellegrini di domani.
Pare che l’accettazione di un progetto dipenda da alcuni criteri fissi e da altri variabili a seconda della posizione geografica. Gli architetti si trovano davanti un’area, a volte molto vasta, e una richiesta basata su un'esigenza funzionale: dato il rispetto per quei pochi criteri, possono sbizzarrirsi - tanto chi ne capisce fra i vari amministratori che devono dare l’ok - anche se poi non fanno che scopiazzarsi.
Fissi: risparmio (non significa che vince il progetto più economico, ma quello che dichiara più risparmio – non si sa bene rispetto a che cosa).
Variabili: interessi delle parti e qualità dell’integrazione nell’ambiente circostante.
Sugli interessi delle parti lascio le invettive a sociologi, politici, economisti e comuni cittadini.
Sull’ultimo fattore, invece, vorrei esprimere il mio personale disappunto.
Se il progetto viene realizzato in città, l’integrazione dipenderà da volatili fattori di coerenza con la storia culturale, architettonica e urbanistica di quella città.
Ciò significa che, se costruisco per esempio a Milano, sarò favorito se uso un bel po’ di mattone rosso, qualche profilo di facciata a capanna, oculi rotondi e se proprio vogliamo fare i raffinati la distruzione-recupero di frammenti di un edificio preesistente. Guarda caso criteri analoghi varranno anche a Torino... ma, sorpresa, non sembrano molto diversi in molte altre aree d'Italia e d'Europa. Insomma, tutti questi sforzi per localizzare l'emblema della globalizzazione sembrano destinati a fallire: strano!
Caso: lo spazio urbano è fitto di altri edifici e ristretto. Posso scegliere fra due opzioni: progetto poco visibile, di basso profilo, che non scontenta nessuno. Progetto “audace”, molto visibile, che si innesta solitamente con una forma geometrica semplice e materiali vistosi in un contesto che ne viene così spezzato ed eventualmente esaltato per contrasto. Quindi, se c’è un’amministrazione di destra propongo il primo, se di sinistra il secondo.
Pertanto: se c'è la destra, farò uno scatolone rosonato coperto in klinker simil-cotto, la cui foggia non offenda la skyline - ché mica sono Zaha o Daniel. Se invece c'è - ma questo sarà a lungo difficile - una sinistra molto progressista, proprorrò liberamente - entro il budget - superfici ondulate, labirinti a più livelli, corridoi biomorfi e vistosi tetti coperti di pannelli fotovoltaici, ma inserendo al centro la vecchia ciminiera restaurata.
Tuttavia, a fronte di progetti di grandi architetti che promuovono la bellezza nel nuovo e nel bizzarro, se non sono uno di loro, devo ricordarmi che oggi prevale la tendenza a premiare in ogni caso il basso profilo, per lo meno in città, dove è facile offendere qualcuno.
In periferia e in campagna, il discorso cambia. L’importante è capire se ci troviamo appunto in periferia o in campagna. Ciò non dipende dalla vicinanza di una grande città. Città, campagna e periferia si alternano ovunque a macchia di leopardo. Un centro commerciale può essere costruito ad esempio alla periferia di Gorgonzola. Se ci sono un po’ di capannoni industriali, capannoni-negozi e capannoni-ristoranti uno dietro l’altro lungo un asse viario, siamo in periferia.
Se mi trovo in campagna, magari una campagna di lussuose seconde case, il principio del rispetto del territorio e delle sue tradizioni diventa stringente. Poniamo di costruire un'iperqualcosa in Toscana, terra dei più antichi decreti urbanistici restrittivi che ha portato la piazza di Siena ad essere fra le prime tutelate: tuttora vale il criterio delle tendine marroni per tutti, compreso Mac Donald.
In codesta regione, proporrò anzitutto rivestimenti di pregio, colori mimetici, basso "impatto ambientale". Dovrò aver cura particolare per la piantumazione in filari di sapore carducciano, dove passeri e rusignoli possano nidificare. Ma se mi trovo, nella stessa regione, in periferia, dovrò proporre un recupero e valorizzazione della cultura del territorio, con rivestimenti di simil-pregio, colori un po' meno mimetici e una piazzetta dove le persone possano incontrarsi come una volta.
Se invece mi trovo, poniamo, nella periferia di Roma, avrò bisogno di forme e materiali innovativi, che riqualificano le aree di edilizia popolare con un innesto vistoso, futuro punto di riferimento per migliaia di cittadini in cerca di novità. Potrò ad esempio basare l'attrattiva del luogo sui rivestimenti colorati. A mo' di esempio cito con qualche libertà da un sito: "Il visitatore è infatti sorpreso da un disegno articolato che si sviluppa sulla pavimentazione: una stella nera a 8 punte, in nero cerchiata da una fascia in giallo. La composizione, di 5 metri e mezzo di diametro, circonda il pilastro collocato a metà galleria. Particolarmente suggestivo l'accostamento dei colori, nonché l'andamento ondulato del disegno, i cui diversi elementi sembrano giocare muovendosi in direzioni diverse. Questo alternarsi di linee, tratti e colori si ritrova anche al piano terra: un'altra stella a 8 punte e 3 grandi soli a 24 punte, di circa 6 metri di diametro, anch'essi chiusi da una fascia circolare in giallo. Tutta la restante pavimentazione è invece in simil travertino, capace di creare un'atmosfera luminosa ed elegante"... tutti a giocare con i disegni e i colori dei pavimenti, dunque, utilissimi nell'indicarci visivamente i percorsi più funzionali per accedere ai vari negozi! Meno utili, nella ripetizione di stelle o rose o cerchi concentrici che siano, per aiutarci nel non facile orientamento interno (per non parlare dell'orientamento nel parcheggio). Ma pazienza.
Un caso a se stante è quello della Brianza, una delle zone più devastate dal progresso postbellico: talmente devastata, che la presenza di qualcosa di bello là in mezzo viene immediatamente percepita come un'emergenza monumentale che le Belle Arti proteggono o dovrebbero proteggere, a patto che abbia più di un secolo. Quindi devo anzitutto informarmi su che cosa ci sia di bello lì vicino. Se ad esempio sono nei pressi di una certa cappella con affreschi che raccontano la vita di San Bisbetico, famoso monaco di clausura, chiamerò il mio progetto Orti di San Bisbetico. Poi procederò come segue: se c'è tanto spazio, costruirò un bel centro commerciale come pare a me, liberando la mia immaginazione, tanto il dintorno è talmente stratificato che non c'è materiale tipico usabile - a meno che i soldi me li dia uno della Lega. Inoltre potrò piantare molte decine di alberelli negli spartitraffico vicini, di modo da ottemperare agli oneri di urbanizzazione dando molto ossigeno... alla mia immagine di progettista sensibile al paesaggio e alla natura.
Altro caso particolare è quello della periferia continua legata all'A4, in particolare nella tratta Rho-Venezia. Lungo questo serpentone posso concentrare due tipologie di progetto: l'iperbrutto, tanto non si rovina nulla, e l'ipervistoso, che dall'autostrada lo vedono tutti ed è una bella pubblicità.
Ma la mia invettiva parte da un altro ordine di constatazioni. Il reticolato di strade esistenti in Italia, la struttura degli abitati, la densità di veicoli non sono fatti per accogliere questi iperfunghi cittadelle dello shopping.
Dove ne nasce una nuova, oltre a perdersi una linea dell'orizzonte, si perde un modo di vivere.
Il traffico delle città all'ora di punta viene immediamente replicato intorno al nuovo bubbone. Proliferano anelli concentrici di strade, vere e proprie circonvallazioni con rispettive rotonde. Forse una strategia per svuotarci la testa ancor prima di entrare? Ponti e sottopassi trasformano anche in verticale la percezione del territorio. Cotto o non cotto, qualunque memoria è cancellata. Divenuta un'area off-limits per i pedoni (ad eccezione dell'ampio parcheggio), si trasforma in inferno per chi si trova a passar di lì in auto di sabato o ahimè anche di domenica.
La Torre Velasca non ha colpa, ma la valorizzazione del territorio italiano passa attraverso il profilo che ricorda il vicino maniero.
Il materiale si giostra con poco o nessun significato fra "natura" e "cultura", la forma fra "tradizione" e "innovazione", la dimensione dipende dalla disponibilità di appezzamenti ex agricoli da trasformare in vie di accesso, mentre il risultato fisso è l'implosione del traffico circostante.
Percorro le campagne e ogni settimana vedo aprirsi nuovi baratri nel corpo della terra già offesa da contadini non più affezionati al loro lavoro, o devastata in ogni modo dal trionfo della logistica su gomma. Sembra che non ci sia più un salvabile da salvare. Che se ne faranno i bambini della salvaguardia di un campo vuoto, lì, fra la superstrada e l'ipercosone? Anzi, meglio farlo fuori, potrebbero accamparsi gli zingari. Ma c'è una speranza. Sotto l'iperpiaga c'è una bolla speculativa: sono troppi, troppo vicini uno all'altro. In più qualcuno ricomincia a comprare il latte e il formaggio dal fattore, o si organizza in gruppi d'acquisto solidale. Molti di questi distributori di merci falliranno, mi auguro, e sarà un nuovo orizzonte di archeologia postindustriale, attraversata in notturna, per gioco e per avventura, da migliaia di nomadi a rotelle, o abitata dai pellegrini di domani.
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venerdì 22 agosto 2008
autostrade del nostro mondo
Riporto l’invettiva del mio amico trnql, atterrato due mesi fa mentre tornava sul suo pianeta, Bradicin, e ben presto ripartito. Prima di andarsene, mi ha affidato questa comunicazione per i terrestri.
Cari amici, la mia esperienza fra voi mi spinge a lasciarvi le mie impressioni di alieno, fatene ciò che volete. Stavo compiendo una missione quando per un imprevisto mi trovai nell’orbita terrestre, e decisi di avvicinarmi con cautela per dare un’occhiata. Scesi verso un punto del globo dove era notte fonda e sorvolai per un po’ una città.
Mi accorsi, troppo tardi, che intorno a questa si levavano numerose colonne di spesso fumo e finii per incapparvi. In seguito mi fu spiegato che i terrestri impegnati in attività produttive rilasciano i fumi delle lavorazioni a notte fonda per non fare una cattiva impressione sugli altri.
Purtroppo avevo anche un problema al radar, molto sensibile all’inquinamento elettromagnetico che c’è da voi, così persi del tutto il controllo della mia navetta. Recuperata all’ultimo momento la visibilità, improvvisai un atterraggio di emergenza su una pista che fortunatamente si trovava proprio lì accanto.
Ma quale orrore! Mentre atterravo mi sfrecciò di fianco ad altissima velocità un piccolo mezzo di trasporto su ruote, poi un altro un po’ più grande, poi un altro ancora più grande: forse spaventati o spinti dallo spostamento d’aria avvertito (non potevano vedermi per via del mio scudo invisibile) i tre si scontrarono e ne seguì un orribile massacro di lamiere e carni. Non potei far niente per loro, i veicoli si accartocciarono sui loro corpi per poi incendiarsi e i loro occupanti, legati con una piccola cintura, non avevano fatto in tempo a saltar fuori, data la velocità della corsa e la violenza dell’impatto. Cose dell’altro mondo.
Finii per capire che non si trattava di una pista di atteraggio, ma non comprendevo esattamente la natura di quel lungo nastro d’asfalto.
Il giorno dopo, in attesa che il computer di bordo riparasse i sistemi, feci un giro con la mia bolla mobile. Ero ancora sotto choc. Mi bastarono pochi minuti per rendermi conto della follia locomotoria che mi circondava. Da noi non si utilizzano mezzi così veloci per spostamenti di superficie. Noi camminiamo molto, utilizziamo cicli di vario genere e disponiamo di trasporti su rotaia per gli spostamenti più lunghi. Ma sulla terra sembra regnare un ritmo di spostamento forsennato e incredibilmente disseminato.
Osservando, compresi che, benchè la cosa paia del tutto incredibile nella sua assurdità antieconomica e sconcertante per i panorami emotivi e psicologici che suggerisce, probabilmente ogni singolo terrestre possiede un autoveicolo di sua proprietà. Inoltre queste navette su ruota viaggiano senza alcuna protezione, libere di sterzare a proprio piacimento, senza binari, con la sola restrizione delle complicate e numerosissime reti di piste asfaltate, un vero pazzesco groviglio che sembra circondare ogni cosa.
Come proiettili impazziti, i veicoli terrestri girano senza sosta in tutte le direzioni, ovunque, a velocità diseguali, e quel che è assolutamente strabiliante è che ciò avviene nonostante l’evidente coincidenza massiccia dei loro spostamenti: vanno in enormi, allungatissimi gruppi nelle stesse direzioni, negli stessi orari! I veicoletti sono una tale quantità che in molti casi rallentano o si fermano perché non trovano superficie sufficiente per scorrere; in più nelle città molte piste sono affiancate per chilometri da due cordoni di mezzi fermi, pronti a partire: ce ne sono più di uno per porta! Trovandosi tutti allo stesso livello, finiscono per fagocitare spazi qua e là, e quando poi si mettono in moto devono continuamente fermare la loro isterica corsa per lasciar passare quelli che incrociano, con gli errori e le confusioni che si possono ben immaginare.
Ascoltando le emittenti radiotelevisive terrestri ho riscontrato un'alta presenza di discorsi intorno a difficoltà di approvvigionamento e distribuzione dell’energia: ma certo! Come si può pensare di non averne, dovendo approvvigionare ogni giorno ogni singolo terrestre per spostarlo a destra e a sinistra in un suo personale mezzo di trasporto!
Per questo ho deciso di lasciarvi un prospetto dettagliato con tutte le indicazioni tecniche ed economiche relative al nostro sistema di trasporto pubblico integrato, che collega ogni punto del nostro pianeta in modo davvero efficiente. I nostri trenini fotovoltaici a cremagliera vanno tutti a velocità costante (40 km orari per i locali, 80 per le lunghe distanze) e sono composti da sottounità che raccolgono gli abitanti o le merci delle singole aree per poi agganciarsi alle unità maggiori. Solo nel caso di abitanti molto isolati esistono anche microunità che vengono a loro volta integrate nel treno principale.
Siamo abituati a questa che voi chiamereste lentezza, ripagati forse da puntualità, sicurezza, pulizia ed economia del mezzo, confortevole e utile alla socializzazione, ordinato e funzionale, capace di assumere la dimensione richiesta dal flusso reale di bradiciniani e di merci momento per momento. Se proprio abbiamo fretta, abbiamo i nostri velivoli, ma la vita quotidiana è regolata da un passo tranquillo, e chi desidera esprimersi nella velocità può farlo utilizzando numerosi veicoli diversi negli appositi stadi sportivi. La produzione dei trenini non arricchisce nessuno perchè arricchisce tutti, non cresce né descresce: il numero del personale impiegato nella produzione è costante, dato che si tratta semplicemente di fare manutenzione e rigenerare o talvolta sostituire i pezzi che invecchiano. Inoltre, i nostri trenini possono raggiungere le velocità stabilite dalle leggi, non possono superarle! Vi sembra strano? Se sì, fatevi delle domande.
Noi di Bradicin eviteremo d’ora in poi di sorvolare la vostra superficie, a maggior ragione di atterrarvi. Temiamo per la nostra sicurezza, ma soprattutto per voi: il vostro sistema rischia di distruggervi, economicamente e psicologicamente: il rancore interpersonale potrebbe continuare a crescere, se mantenete la proprietà individuale e diffusa di mezzi così veloci e pericolosi, come piccole potenti armi da guerra personali. Dal più pofondo del mio cuore di bradiciniano, vi auguro di trovare le sinergie per smantellare col tempo il costoso, conflittuale e sì, ridicolo, sistema di trasporto terrestre.
Cari amici, la mia esperienza fra voi mi spinge a lasciarvi le mie impressioni di alieno, fatene ciò che volete. Stavo compiendo una missione quando per un imprevisto mi trovai nell’orbita terrestre, e decisi di avvicinarmi con cautela per dare un’occhiata. Scesi verso un punto del globo dove era notte fonda e sorvolai per un po’ una città.
Mi accorsi, troppo tardi, che intorno a questa si levavano numerose colonne di spesso fumo e finii per incapparvi. In seguito mi fu spiegato che i terrestri impegnati in attività produttive rilasciano i fumi delle lavorazioni a notte fonda per non fare una cattiva impressione sugli altri.
Purtroppo avevo anche un problema al radar, molto sensibile all’inquinamento elettromagnetico che c’è da voi, così persi del tutto il controllo della mia navetta. Recuperata all’ultimo momento la visibilità, improvvisai un atterraggio di emergenza su una pista che fortunatamente si trovava proprio lì accanto.
Ma quale orrore! Mentre atterravo mi sfrecciò di fianco ad altissima velocità un piccolo mezzo di trasporto su ruote, poi un altro un po’ più grande, poi un altro ancora più grande: forse spaventati o spinti dallo spostamento d’aria avvertito (non potevano vedermi per via del mio scudo invisibile) i tre si scontrarono e ne seguì un orribile massacro di lamiere e carni. Non potei far niente per loro, i veicoli si accartocciarono sui loro corpi per poi incendiarsi e i loro occupanti, legati con una piccola cintura, non avevano fatto in tempo a saltar fuori, data la velocità della corsa e la violenza dell’impatto. Cose dell’altro mondo.
Finii per capire che non si trattava di una pista di atteraggio, ma non comprendevo esattamente la natura di quel lungo nastro d’asfalto.
Il giorno dopo, in attesa che il computer di bordo riparasse i sistemi, feci un giro con la mia bolla mobile. Ero ancora sotto choc. Mi bastarono pochi minuti per rendermi conto della follia locomotoria che mi circondava. Da noi non si utilizzano mezzi così veloci per spostamenti di superficie. Noi camminiamo molto, utilizziamo cicli di vario genere e disponiamo di trasporti su rotaia per gli spostamenti più lunghi. Ma sulla terra sembra regnare un ritmo di spostamento forsennato e incredibilmente disseminato.
Osservando, compresi che, benchè la cosa paia del tutto incredibile nella sua assurdità antieconomica e sconcertante per i panorami emotivi e psicologici che suggerisce, probabilmente ogni singolo terrestre possiede un autoveicolo di sua proprietà. Inoltre queste navette su ruota viaggiano senza alcuna protezione, libere di sterzare a proprio piacimento, senza binari, con la sola restrizione delle complicate e numerosissime reti di piste asfaltate, un vero pazzesco groviglio che sembra circondare ogni cosa.
Come proiettili impazziti, i veicoli terrestri girano senza sosta in tutte le direzioni, ovunque, a velocità diseguali, e quel che è assolutamente strabiliante è che ciò avviene nonostante l’evidente coincidenza massiccia dei loro spostamenti: vanno in enormi, allungatissimi gruppi nelle stesse direzioni, negli stessi orari! I veicoletti sono una tale quantità che in molti casi rallentano o si fermano perché non trovano superficie sufficiente per scorrere; in più nelle città molte piste sono affiancate per chilometri da due cordoni di mezzi fermi, pronti a partire: ce ne sono più di uno per porta! Trovandosi tutti allo stesso livello, finiscono per fagocitare spazi qua e là, e quando poi si mettono in moto devono continuamente fermare la loro isterica corsa per lasciar passare quelli che incrociano, con gli errori e le confusioni che si possono ben immaginare.
Ascoltando le emittenti radiotelevisive terrestri ho riscontrato un'alta presenza di discorsi intorno a difficoltà di approvvigionamento e distribuzione dell’energia: ma certo! Come si può pensare di non averne, dovendo approvvigionare ogni giorno ogni singolo terrestre per spostarlo a destra e a sinistra in un suo personale mezzo di trasporto!
Per questo ho deciso di lasciarvi un prospetto dettagliato con tutte le indicazioni tecniche ed economiche relative al nostro sistema di trasporto pubblico integrato, che collega ogni punto del nostro pianeta in modo davvero efficiente. I nostri trenini fotovoltaici a cremagliera vanno tutti a velocità costante (40 km orari per i locali, 80 per le lunghe distanze) e sono composti da sottounità che raccolgono gli abitanti o le merci delle singole aree per poi agganciarsi alle unità maggiori. Solo nel caso di abitanti molto isolati esistono anche microunità che vengono a loro volta integrate nel treno principale.
Siamo abituati a questa che voi chiamereste lentezza, ripagati forse da puntualità, sicurezza, pulizia ed economia del mezzo, confortevole e utile alla socializzazione, ordinato e funzionale, capace di assumere la dimensione richiesta dal flusso reale di bradiciniani e di merci momento per momento. Se proprio abbiamo fretta, abbiamo i nostri velivoli, ma la vita quotidiana è regolata da un passo tranquillo, e chi desidera esprimersi nella velocità può farlo utilizzando numerosi veicoli diversi negli appositi stadi sportivi. La produzione dei trenini non arricchisce nessuno perchè arricchisce tutti, non cresce né descresce: il numero del personale impiegato nella produzione è costante, dato che si tratta semplicemente di fare manutenzione e rigenerare o talvolta sostituire i pezzi che invecchiano. Inoltre, i nostri trenini possono raggiungere le velocità stabilite dalle leggi, non possono superarle! Vi sembra strano? Se sì, fatevi delle domande.
Noi di Bradicin eviteremo d’ora in poi di sorvolare la vostra superficie, a maggior ragione di atterrarvi. Temiamo per la nostra sicurezza, ma soprattutto per voi: il vostro sistema rischia di distruggervi, economicamente e psicologicamente: il rancore interpersonale potrebbe continuare a crescere, se mantenete la proprietà individuale e diffusa di mezzi così veloci e pericolosi, come piccole potenti armi da guerra personali. Dal più pofondo del mio cuore di bradiciniano, vi auguro di trovare le sinergie per smantellare col tempo il costoso, conflittuale e sì, ridicolo, sistema di trasporto terrestre.
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