mercoledì 20 aprile 2011
post magico
se avessi saputo che bastava postare la mia invettiva contro il nucleare perché il governo lo eliminasse dai suoi programmi (per ora), avrei postato prima. Peccato che, come tutti hanno capito, questo provvedimento serva esclusivamente a disincentivare la partecipazione delle persone ai prossimi referendum. Così l'acqua rimarrà in mano ai gestori privati che non hanno alcun interesse ad investire per migliorare la situazione dei nostri acquedotti, o per monitorare la salubrità delle acque che beviamo. Avranno invece molto interesse ad alzare i prezzi, se saranno regimi localmente monopolistici o, se invece la concorrenza sarà più presente, l'avranno a investire in campagne pubblicitarie che permettano loro di imporsi alla nostra attenzione, a noi, quote di mercato: sappiamo già che cosa vuol dire. Proposte via posta, via mail, via telefono, via cellulare, via qualunque infinita rottura di scatole che darà occupazione a nuovi schiavi di nuovi call center il cui ordine non sarà risolvere i nostri problemi, ma tutt'al più invogliarci a cambiare allacciamento. Ma sappiamo bene che il punto principale non è l'acqua, il referendum che non ci vogliono far votare è quello sul legittimo impedimento: se non andremo a votare, chi impedirà loro di continuare a squartare l'Italia secondo la dura legge del (loro) capitale?
martedì 19 aprile 2011
nuovo aggiornamento biblioteche
Vado cercando una rivista di critica d'arte per la mia tesi di dottorato: a Milano è quasi introvabile, presente solo con alcune annate in poche biblioteche. Finalmente scopro che alla biblioteca dell'Umanitaria, benedetta istituzione, ce l'hanno tutta o quasi. Siccome però il loro catalogo non è aggiornato, per sicurezza, telefono.
- Non ce l'abbiamo
- Come, ma risulta da internet!
- Siccome la critica d'arte non fa parte dei nostri temi più specifici, l'abbiamo buttata
- Buttata?
- Buttata (nota di sconforto)
- Perché non regalata?
- Mah, i periodici non interessano a nessuno
Bene, proporrei dunque di usarli come combustibile, la prossima volta!
- Non ce l'abbiamo
- Come, ma risulta da internet!
- Siccome la critica d'arte non fa parte dei nostri temi più specifici, l'abbiamo buttata
- Buttata?
- Buttata (nota di sconforto)
- Perché non regalata?
- Mah, i periodici non interessano a nessuno
Bene, proporrei dunque di usarli come combustibile, la prossima volta!
nucleare: noi come Arianna e Teseo?
La questione nucleare è una cartina di tornasole della funzionalità della politica dal basso, della partecipazione responsabile di noi tutti al nostro destino, insomma, della democrazia.
Ricordate il mito del Minotauro, o la storia di San Giorgio e il Drago? Sacrificare ogni anno fanciulli e fanciulle era il patto, odioso ma giudicato accettabile, che evitava alle popolazioni, governate da re, un pericolo più grande. Non risulta che la gente si opponesse al volere dei loro governanti.
Le implicazioni simboliche di quei racconti sono tante, ma qua interessa solo la questione del giudizio, condiviso dall’autorità politica e dal popolo (ma probabilmente non dalle vittime), di accettabilità del sacrificio. Nei miti come nella realtà presente.
Oggi riteniamo di essere civilizzati perché guerre e sacrifici umani sono lontani da noi nel tempo e/o nello spazio. Intanto viviamo in un complicato e sviluppatissimo comfort, benché a volte un po’ zoppicante e bizzarro nel bilanciamento fra quantità di ricchezze e di apparati tecnologici disponibili e qualità ‘percepita’ della vita.
L’abbiamo scelto: siamo in democrazia. Ma che cosa abbiamo scelto? Siamo sicuri di saperlo? E se il potere fosse in mano nostra, in mano mia, invece che in quelle dei deputati e senatori che mi rappresentano, farei le stesse scelte?
Va bene andare avanti così, o si percepisce un pericolo? Non si sta diffondendo la sensazione che le nostre economie, già in crisi da tempo, stiano barcollando sopra qualcosa di simile alle bolle speculative su cui sono crollate numerose grandi aziende in Italia e nel mondo? Va bene così, o le politiche energetiche dei governi occidentali evidenziano, nella loro pazza corsa al nucleare, la confusione e il panico strisciante dati dalla prospettiva di risultare prima o poi quel che già siamo, cioè più poveri di molti paesi emergenti che detengono maggiori risorse?
È per questo che, sotto sotto, siamo tutti d’accordo nel sacrificare fanciulli e fanciulle al drago?
Non è forse il panico di perdere i propri privilegi che accomuna i politici rei di scelte poco lungimiranti e a volte inumane e noi abbindolati dai numeri del Pil e dalle statistiche sulla crescita industriale? E non è forse la paura che immobilizza molti e li rende acritici e inerti, a volte beati, davanti allo spettacolo squallido di un premier simbolo del maschio italiano che nonostante tutto si diverte, orgoglioso del suo potere?
Forse sì, abbiamo paura, eppure credo che il nucleare evidenzi una frattura fra ciò che apparentemente accetto e ciò che effettivamente sceglierei. Nonostante l’inerzia di molti di noi, credo che ci sia davvero differenza fra ciò che il governo decide e ciò che noi, al loro posto, sapendo tutto quel che c’è da sapere, sceglieremmo.
Il problema del nucleare mette in luce uno stato di sofferenza dei meccanismi della democrazia, che occorre invece rivitalizzare, mostrando attivamente il nostro parere.
Siamo disposti a sacrificare gli innocenti al Minotauro, al drago? Se ci rassicurano sul fatto che teoricamente nessun danno dovrebbe conseguirne per noi e i nostri figli, che c’è una pressoché totale sicurezza, che è un’energia pulita, sembra che noi non chiediamo altro, che ci lasciamo rassicurare, rifiutando i pareri diversi come questioni ideologiche e faziose, e ci teniamo invece i vantaggi, le facili prospettive di ricchezza – o almeno così appaiono.
Ma che cosa riceveremo, precisamente, in cambio? Perché mettere un drago nel nostro giardino? Saremo forse un po’ più ricchi, pagheremo meno la bolletta dell’energia elettrica, diminuirà qualche tassa comunale, saremo meno dipendenti dal petrolio e quindi da altri paesi? Forse.
Ci rassicurano: in Italia non può verificarsi né Chernobil né Fukushima. Ma il nucleare fa male solo in caso di terremoti o tsunami? Per il resto, è pulito e sicuro?
Non c’è modo di sapere se non ci sarà mai un errore umano. Anche se non ci fosse, non c’è modo di evitare i piccoli continui ‘incidenti’ che si verificano nelle centrali esistenti nel mondo, così ordinari da non essere nemmeno considerati tali. Il nucleare produce nel pianeta una radioattività che prima non esisteva, che viene in parte rilasciata nell’ambiente, un giorno dopo l’altro. Ogni organismo contaminato diventa a sua volta un trasmettitore, inclusi i corpi delle persone. Una lattina di carne in scatola ermeticamente chiusa può essere analizzata (con un esame condotto servendosi di minerali radioattivi) per sapere se è stata prodotta prima o dopo lo sgancio della prima bomba atomica: da allora, non c’è più niente che non sia contaminato dal fall out generato dall’impiego del nucleare per guerre, test militari e impieghi civili. Per anni Francia e Stati Uniti hanno ‘provato’ le loro bombe nei deserti o in mezzo al mare. La radiazioni se ne sono andate nell’aria, nell’acqua, nei tessuti animali, e a poco a poco sono state trasportate per il mondo dalle piogge, un’esplosione dopo l’altra, e sono ancora qua con noi. Poi sono arrivati missili, semplici proiettili, piccole atomiche poco visibili diffuse qua e là nelle guerre e anche in oggetti del tutto pacifici. Prodotti anche da noi, giorno dopo giorno.
Che ne è dei materiali che già oggi, negli ospedali, nei laboratori e nelle fabbriche entrano quotidianamente in contatto con le radiazioni? Che ne è delle piccole fughe, piccole contaminazioni che si accumulano già ora nel tempo e nello spazio, sovrapponendosi all’inquinamento atmosferico, alle onde elettromagnetiche, alla chimica che ingeriamo con gli alimenti industriali, con la frutta e la verdura coltivate lungo le autostrade e irrorate con il veleno? Quanto possiamo tirarla ancora, questa corda?
Gli americani, le scorie radioattive, le mettono in un buco in mezzo a un deserto di sale, New Mexico, ma perfino lì c’è dell’umidità, e alle goccioline che poi evaporano, gli atomi instabili affidano i loro magici raggi. Nemmeno il buco in mezzo al deserto è la soluzione, ma al momento è il male minore.
E da noi, invece, che fine fanno le scorie quotidiane e i rifiuti da impianti in dismissione? In teoria, va tutto nei buchi scavati qua e là, ma in pratica, possiamo essere sicuri che non finiscano in discarica com’è accaduto in Brasile, o non siano riciclati in un’altra lavorazione, com’è accaduto in Cina, o siano stoccati in una nave poi affondata in mare, com’è accaduto in Italia? Nel paese delle discariche abusive, della diossina nell’acqua, nella terra, nel latte, nel paese della ‘questione napoletana’, possiamo immaginare che tutto vada con nettezza e precisione in un buco in mezzo al deserto?
Ci sono dei morti. Cancri, leucemie, forse altre malattie, forse anche molte malattie non mortali.
Il numero di correlazione certa dei morti alla radioattività emessa da attività umane negli ultimi 60 anni è ignoto: si sa solo che ci sono stati e ci saranno dei morti. Sul nucleare vige molta incertezza e solo una certezza: qualcuno, prima o poi, muore. Certo, si muore anche per molti altri draghi nella nostra economia. Pattumiera e produzione energetica, industria chimica, trasporto su gomma...
Ma qualcuno in più, col nucleare, lo manderemo, suo malgrado e spesso a sua insaputa, volontariamente e d’accordo con i governanti che abbiamo democraticamente eletto, dritto in bocca al Minotauro.
Forse è ora di ricordarci che possiamo e dobbiamo essere noi, oggi, i nipotini di Arianna, Teseo e Giorgio.
Ricordate il mito del Minotauro, o la storia di San Giorgio e il Drago? Sacrificare ogni anno fanciulli e fanciulle era il patto, odioso ma giudicato accettabile, che evitava alle popolazioni, governate da re, un pericolo più grande. Non risulta che la gente si opponesse al volere dei loro governanti.
Le implicazioni simboliche di quei racconti sono tante, ma qua interessa solo la questione del giudizio, condiviso dall’autorità politica e dal popolo (ma probabilmente non dalle vittime), di accettabilità del sacrificio. Nei miti come nella realtà presente.
Oggi riteniamo di essere civilizzati perché guerre e sacrifici umani sono lontani da noi nel tempo e/o nello spazio. Intanto viviamo in un complicato e sviluppatissimo comfort, benché a volte un po’ zoppicante e bizzarro nel bilanciamento fra quantità di ricchezze e di apparati tecnologici disponibili e qualità ‘percepita’ della vita.
L’abbiamo scelto: siamo in democrazia. Ma che cosa abbiamo scelto? Siamo sicuri di saperlo? E se il potere fosse in mano nostra, in mano mia, invece che in quelle dei deputati e senatori che mi rappresentano, farei le stesse scelte?
Va bene andare avanti così, o si percepisce un pericolo? Non si sta diffondendo la sensazione che le nostre economie, già in crisi da tempo, stiano barcollando sopra qualcosa di simile alle bolle speculative su cui sono crollate numerose grandi aziende in Italia e nel mondo? Va bene così, o le politiche energetiche dei governi occidentali evidenziano, nella loro pazza corsa al nucleare, la confusione e il panico strisciante dati dalla prospettiva di risultare prima o poi quel che già siamo, cioè più poveri di molti paesi emergenti che detengono maggiori risorse?
È per questo che, sotto sotto, siamo tutti d’accordo nel sacrificare fanciulli e fanciulle al drago?
Non è forse il panico di perdere i propri privilegi che accomuna i politici rei di scelte poco lungimiranti e a volte inumane e noi abbindolati dai numeri del Pil e dalle statistiche sulla crescita industriale? E non è forse la paura che immobilizza molti e li rende acritici e inerti, a volte beati, davanti allo spettacolo squallido di un premier simbolo del maschio italiano che nonostante tutto si diverte, orgoglioso del suo potere?
Forse sì, abbiamo paura, eppure credo che il nucleare evidenzi una frattura fra ciò che apparentemente accetto e ciò che effettivamente sceglierei. Nonostante l’inerzia di molti di noi, credo che ci sia davvero differenza fra ciò che il governo decide e ciò che noi, al loro posto, sapendo tutto quel che c’è da sapere, sceglieremmo.
Il problema del nucleare mette in luce uno stato di sofferenza dei meccanismi della democrazia, che occorre invece rivitalizzare, mostrando attivamente il nostro parere.
Siamo disposti a sacrificare gli innocenti al Minotauro, al drago? Se ci rassicurano sul fatto che teoricamente nessun danno dovrebbe conseguirne per noi e i nostri figli, che c’è una pressoché totale sicurezza, che è un’energia pulita, sembra che noi non chiediamo altro, che ci lasciamo rassicurare, rifiutando i pareri diversi come questioni ideologiche e faziose, e ci teniamo invece i vantaggi, le facili prospettive di ricchezza – o almeno così appaiono.
Ma che cosa riceveremo, precisamente, in cambio? Perché mettere un drago nel nostro giardino? Saremo forse un po’ più ricchi, pagheremo meno la bolletta dell’energia elettrica, diminuirà qualche tassa comunale, saremo meno dipendenti dal petrolio e quindi da altri paesi? Forse.
Ci rassicurano: in Italia non può verificarsi né Chernobil né Fukushima. Ma il nucleare fa male solo in caso di terremoti o tsunami? Per il resto, è pulito e sicuro?
Non c’è modo di sapere se non ci sarà mai un errore umano. Anche se non ci fosse, non c’è modo di evitare i piccoli continui ‘incidenti’ che si verificano nelle centrali esistenti nel mondo, così ordinari da non essere nemmeno considerati tali. Il nucleare produce nel pianeta una radioattività che prima non esisteva, che viene in parte rilasciata nell’ambiente, un giorno dopo l’altro. Ogni organismo contaminato diventa a sua volta un trasmettitore, inclusi i corpi delle persone. Una lattina di carne in scatola ermeticamente chiusa può essere analizzata (con un esame condotto servendosi di minerali radioattivi) per sapere se è stata prodotta prima o dopo lo sgancio della prima bomba atomica: da allora, non c’è più niente che non sia contaminato dal fall out generato dall’impiego del nucleare per guerre, test militari e impieghi civili. Per anni Francia e Stati Uniti hanno ‘provato’ le loro bombe nei deserti o in mezzo al mare. La radiazioni se ne sono andate nell’aria, nell’acqua, nei tessuti animali, e a poco a poco sono state trasportate per il mondo dalle piogge, un’esplosione dopo l’altra, e sono ancora qua con noi. Poi sono arrivati missili, semplici proiettili, piccole atomiche poco visibili diffuse qua e là nelle guerre e anche in oggetti del tutto pacifici. Prodotti anche da noi, giorno dopo giorno.
Che ne è dei materiali che già oggi, negli ospedali, nei laboratori e nelle fabbriche entrano quotidianamente in contatto con le radiazioni? Che ne è delle piccole fughe, piccole contaminazioni che si accumulano già ora nel tempo e nello spazio, sovrapponendosi all’inquinamento atmosferico, alle onde elettromagnetiche, alla chimica che ingeriamo con gli alimenti industriali, con la frutta e la verdura coltivate lungo le autostrade e irrorate con il veleno? Quanto possiamo tirarla ancora, questa corda?
Gli americani, le scorie radioattive, le mettono in un buco in mezzo a un deserto di sale, New Mexico, ma perfino lì c’è dell’umidità, e alle goccioline che poi evaporano, gli atomi instabili affidano i loro magici raggi. Nemmeno il buco in mezzo al deserto è la soluzione, ma al momento è il male minore.
E da noi, invece, che fine fanno le scorie quotidiane e i rifiuti da impianti in dismissione? In teoria, va tutto nei buchi scavati qua e là, ma in pratica, possiamo essere sicuri che non finiscano in discarica com’è accaduto in Brasile, o non siano riciclati in un’altra lavorazione, com’è accaduto in Cina, o siano stoccati in una nave poi affondata in mare, com’è accaduto in Italia? Nel paese delle discariche abusive, della diossina nell’acqua, nella terra, nel latte, nel paese della ‘questione napoletana’, possiamo immaginare che tutto vada con nettezza e precisione in un buco in mezzo al deserto?
Ci sono dei morti. Cancri, leucemie, forse altre malattie, forse anche molte malattie non mortali.
Il numero di correlazione certa dei morti alla radioattività emessa da attività umane negli ultimi 60 anni è ignoto: si sa solo che ci sono stati e ci saranno dei morti. Sul nucleare vige molta incertezza e solo una certezza: qualcuno, prima o poi, muore. Certo, si muore anche per molti altri draghi nella nostra economia. Pattumiera e produzione energetica, industria chimica, trasporto su gomma...
Ma qualcuno in più, col nucleare, lo manderemo, suo malgrado e spesso a sua insaputa, volontariamente e d’accordo con i governanti che abbiamo democraticamente eletto, dritto in bocca al Minotauro.
Forse è ora di ricordarci che possiamo e dobbiamo essere noi, oggi, i nipotini di Arianna, Teseo e Giorgio.
lunedì 21 marzo 2011
libro di Ragghianti sulla tutela
Ho deciso di promuovere questo libro che ho curato insieme a Emanuele Pellegrini, storico dell'arte e della critica d'arte e primo ideatore del progetto; c'è anche una nota introduttiva di Donata Levi, ordinario dell'Università di Udine e attiva promotrice di iniziative nel campo della tutela. Con questa promozione svelo la mia identità. Del resto non intendevo tenerla nascosta ma semplicemente lasciare che le invettive piovessero da una sorta di anonimato, come accade di solito. Per le invettive, la mia identità non è importante, e nemmeno per questo libro, visto che non l'ho scritto io ma un grande storico dell'arte, antifascista e cittadino responsabile, Carlo Ludovico Ragghianti. Penso che sia importante e interessante anche per verificare con grande chiarezza cinquant'anni di tentativi di difesa dell'ambiente naturale e artistico italiano e cinquant'anni di difficoltà, resistenze, piccoli passi e molti sbagli da parte dei governi italiani.
Da questo libro, dalle sue dirette testimonianze e battaglie, si capisce molto bene come sono andate le cose e da che cosa deriva parte dell'attuale situazione. Non è una storia della tutela ma ci sono le tappe, le commissioni parlamentari, le leggi sbagliate, il fallimento dell'istituzione del ministero, e soprattutto la combattività, nonostante tutto, di un cittadino nel vero senso della parola e dei tanti che lui e altri seppero sensibilizzare.
Il volume, Carlo Ludovico Ragghianti. Il valore del patrimonio culturale. Scritti dal 1935 al 1987 raccoglie una selezione degli scritti di Ragghianti, antifascista e storico dell'arte, sulla tutela urbanistica, artistica e paesaggistica, scritti fra il 1935 e la sua morte, ed è già in distribuzione nelle principali librerie o acquistabile con lo sconto del 15% direttamente dal sito (e costa davvero poco). Lo trovate online al sito www.felicieditore.it
Da questo libro, dalle sue dirette testimonianze e battaglie, si capisce molto bene come sono andate le cose e da che cosa deriva parte dell'attuale situazione. Non è una storia della tutela ma ci sono le tappe, le commissioni parlamentari, le leggi sbagliate, il fallimento dell'istituzione del ministero, e soprattutto la combattività, nonostante tutto, di un cittadino nel vero senso della parola e dei tanti che lui e altri seppero sensibilizzare.
Il volume, Carlo Ludovico Ragghianti. Il valore del patrimonio culturale. Scritti dal 1935 al 1987 raccoglie una selezione degli scritti di Ragghianti, antifascista e storico dell'arte, sulla tutela urbanistica, artistica e paesaggistica, scritti fra il 1935 e la sua morte, ed è già in distribuzione nelle principali librerie o acquistabile con lo sconto del 15% direttamente dal sito (e costa davvero poco). Lo trovate online al sito www.felicieditore.it
domenica 17 ottobre 2010
L’invettiva di gatto Pippo
Pippo è un bel gatto nero e bianco di città, amato e coccolato dalla sua famiglia; apparentemente nella sua vita, fino a poco tempo fa, tutto procedeva per il meglio: viveva in appartamento, ma aveva il permesso di uscire e scorazzare nei giardinetti vicino a casa insieme agli amici. Ma un giorno Pippo scomparve. Lo cercarono per mari e per monti, nessuna traccia. Tutti ormai avevano rinunciato a trovarlo vivo, quando un giorno Pippo uscì fuori all’improvviso da un cunicolo della rete metropolitana, dove si era perso. Fu un gran clamore. L’ente protezione animali, la televisione e la cittadinanza si mobilitarono per festeggiare il ritorno di Pippo. Il quale era smagrito, spelacchiato, confuso, ma tutto sommato vivo e vegeto. Dopo averlo ricondotto a casa, ripulito e rifocillato, la famiglia che dicesi proprietaria di Pippo (in realtà i gatti, al contrario di quanto si pensava nel Medioevo e oltre, non sono mai ‘posseduti’ né da diavoli né da umani, ma tutt’al più adottano qualcuno, spesso con grande generosità) accettò di accogliere alcuni giornalisti che volevano intervistare Pippo. Arrivò il primo giornalista. Pippo lo accolse con benevolenza.
- Signor Pippo, ci fa piacere trovarla in buona forma
- Già, qui fanno di tutto, poverini, per darmi quello di cui ho bisogno
- Perché dice ‘poverini’?
- Beh, perché non sempre riesco a far loro capire di che cosa ho effettivamente bisogno. Sa com’è, i tempi cambiano...
- Quindi è stato questo il motivo della sua...partenza?
- Già, volevo raggiungere una stazione ferroviaria, ma purtroppo mi sono perso
- E dove voleva andare?
- Veramente non lo sapevo nemmeno io, è solo che ero un po’ depresso
- Per come la trattavano?
- Sì, ma ripeto, non è colpa loro, è un problema generale, riguarda tutti i gatti di casa.
- Vuole spiegarlo meglio ai nostri lettori? Fra loro ci sono tanti padroni di gatti.
- Padroni?
- Volevo dire... amici dei gatti
- Ah, sì, vede, lei involontariamente ha nominato un aspetto del problema
- Vuole dire che la trattano come un oggetto di proprietà?
- Beh, a molti gatti capita. c’è meno sensibilità di un tempo.
- Dice davvero? Ma i gatti sono trattati molto bene, mi pare, si spendono un sacco di soldi per nutrirli e curarli!
- Dice davvero?
- Beh, sì
- A me però non pare che il risultato sia buono, parliamo del cibo per esempio.
- Cioè?
- Beh, voi umani avete sempre avuto la tendenza a darci gli avanzi. Invece di farci stare a tavola con voi, ci fate aspettare e quando avete finito ci buttate per terra ciò che è rimasto, questo almeno fino a un po’ di tempo fa.
- Ma ora le cose sono migliorate, no?
- Tutt’altro, va molto peggio!
- Come?
- Prima ci davate gli avanzi, ora siete passati direttamente alla pattumiera!
- Ma cosa dice, signor Pippo?
- So quello che dico, è un’umiliazione costante.
- Ma che cosa le dà il suo... amico?
- Che cosa mi dà? Viene lì ogni giorno e mi chiede: «Allora Pippo, che cosa vuoi oggi, l’umido o il secco?»!
La favola non ha una morale, ma a Pippo fu spiegato da tutti gli astanti che non si trattava di pattumiera, bensì di costosi ritrovati della moderna scienza nutrizionista. Pippo ne fu sollevato, ma pretese comunque di ricevere qualche volta un pezzettino di carnina dal piatto dei suoi amici adottivi, o di leccare la padella.
NB: la storiella è ispirata a una vicenda realmente accaduta, ma il vero signor Pippo non ha voluto rivelarci le reali motivazioni del suo fortunoso viaggio
- Signor Pippo, ci fa piacere trovarla in buona forma
- Già, qui fanno di tutto, poverini, per darmi quello di cui ho bisogno
- Perché dice ‘poverini’?
- Beh, perché non sempre riesco a far loro capire di che cosa ho effettivamente bisogno. Sa com’è, i tempi cambiano...
- Quindi è stato questo il motivo della sua...partenza?
- Già, volevo raggiungere una stazione ferroviaria, ma purtroppo mi sono perso
- E dove voleva andare?
- Veramente non lo sapevo nemmeno io, è solo che ero un po’ depresso
- Per come la trattavano?
- Sì, ma ripeto, non è colpa loro, è un problema generale, riguarda tutti i gatti di casa.
- Vuole spiegarlo meglio ai nostri lettori? Fra loro ci sono tanti padroni di gatti.
- Padroni?
- Volevo dire... amici dei gatti
- Ah, sì, vede, lei involontariamente ha nominato un aspetto del problema
- Vuole dire che la trattano come un oggetto di proprietà?
- Beh, a molti gatti capita. c’è meno sensibilità di un tempo.
- Dice davvero? Ma i gatti sono trattati molto bene, mi pare, si spendono un sacco di soldi per nutrirli e curarli!
- Dice davvero?
- Beh, sì
- A me però non pare che il risultato sia buono, parliamo del cibo per esempio.
- Cioè?
- Beh, voi umani avete sempre avuto la tendenza a darci gli avanzi. Invece di farci stare a tavola con voi, ci fate aspettare e quando avete finito ci buttate per terra ciò che è rimasto, questo almeno fino a un po’ di tempo fa.
- Ma ora le cose sono migliorate, no?
- Tutt’altro, va molto peggio!
- Come?
- Prima ci davate gli avanzi, ora siete passati direttamente alla pattumiera!
- Ma cosa dice, signor Pippo?
- So quello che dico, è un’umiliazione costante.
- Ma che cosa le dà il suo... amico?
- Che cosa mi dà? Viene lì ogni giorno e mi chiede: «Allora Pippo, che cosa vuoi oggi, l’umido o il secco?»!
La favola non ha una morale, ma a Pippo fu spiegato da tutti gli astanti che non si trattava di pattumiera, bensì di costosi ritrovati della moderna scienza nutrizionista. Pippo ne fu sollevato, ma pretese comunque di ricevere qualche volta un pezzettino di carnina dal piatto dei suoi amici adottivi, o di leccare la padella.
NB: la storiella è ispirata a una vicenda realmente accaduta, ma il vero signor Pippo non ha voluto rivelarci le reali motivazioni del suo fortunoso viaggio
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mercoledì 23 settembre 2009
aggiornamento biblioteche
cari lettori e care lettrici,
non ci sono buone nuove all'orizzonte, anche se non ho ancora perlustrato per bene il territorio dopo la mia assenza estiva. Ma la giornalista di Repubblica che avevo contattato, e che promise a me e a una funzionaria di biblioteca di fare uscire un bell'articolone in concomitanza con il congresso sulle biblioteche, non s'è fatta viva, e non risponde alle mail... che fare? si accettano suggerimenti
non ci sono buone nuove all'orizzonte, anche se non ho ancora perlustrato per bene il territorio dopo la mia assenza estiva. Ma la giornalista di Repubblica che avevo contattato, e che promise a me e a una funzionaria di biblioteca di fare uscire un bell'articolone in concomitanza con il congresso sulle biblioteche, non s'è fatta viva, e non risponde alle mail... che fare? si accettano suggerimenti
dritte alimentari
le trovate su questo sito:
http://trashfood.com
http://trashfood.com
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