martedì 19 aprile 2011
nucleare: noi come Arianna e Teseo?
Ricordate il mito del Minotauro, o la storia di San Giorgio e il Drago? Sacrificare ogni anno fanciulli e fanciulle era il patto, odioso ma giudicato accettabile, che evitava alle popolazioni, governate da re, un pericolo più grande. Non risulta che la gente si opponesse al volere dei loro governanti.
Le implicazioni simboliche di quei racconti sono tante, ma qua interessa solo la questione del giudizio, condiviso dall’autorità politica e dal popolo (ma probabilmente non dalle vittime), di accettabilità del sacrificio. Nei miti come nella realtà presente.
Oggi riteniamo di essere civilizzati perché guerre e sacrifici umani sono lontani da noi nel tempo e/o nello spazio. Intanto viviamo in un complicato e sviluppatissimo comfort, benché a volte un po’ zoppicante e bizzarro nel bilanciamento fra quantità di ricchezze e di apparati tecnologici disponibili e qualità ‘percepita’ della vita.
L’abbiamo scelto: siamo in democrazia. Ma che cosa abbiamo scelto? Siamo sicuri di saperlo? E se il potere fosse in mano nostra, in mano mia, invece che in quelle dei deputati e senatori che mi rappresentano, farei le stesse scelte?
Va bene andare avanti così, o si percepisce un pericolo? Non si sta diffondendo la sensazione che le nostre economie, già in crisi da tempo, stiano barcollando sopra qualcosa di simile alle bolle speculative su cui sono crollate numerose grandi aziende in Italia e nel mondo? Va bene così, o le politiche energetiche dei governi occidentali evidenziano, nella loro pazza corsa al nucleare, la confusione e il panico strisciante dati dalla prospettiva di risultare prima o poi quel che già siamo, cioè più poveri di molti paesi emergenti che detengono maggiori risorse?
È per questo che, sotto sotto, siamo tutti d’accordo nel sacrificare fanciulli e fanciulle al drago?
Non è forse il panico di perdere i propri privilegi che accomuna i politici rei di scelte poco lungimiranti e a volte inumane e noi abbindolati dai numeri del Pil e dalle statistiche sulla crescita industriale? E non è forse la paura che immobilizza molti e li rende acritici e inerti, a volte beati, davanti allo spettacolo squallido di un premier simbolo del maschio italiano che nonostante tutto si diverte, orgoglioso del suo potere?
Forse sì, abbiamo paura, eppure credo che il nucleare evidenzi una frattura fra ciò che apparentemente accetto e ciò che effettivamente sceglierei. Nonostante l’inerzia di molti di noi, credo che ci sia davvero differenza fra ciò che il governo decide e ciò che noi, al loro posto, sapendo tutto quel che c’è da sapere, sceglieremmo.
Il problema del nucleare mette in luce uno stato di sofferenza dei meccanismi della democrazia, che occorre invece rivitalizzare, mostrando attivamente il nostro parere.
Siamo disposti a sacrificare gli innocenti al Minotauro, al drago? Se ci rassicurano sul fatto che teoricamente nessun danno dovrebbe conseguirne per noi e i nostri figli, che c’è una pressoché totale sicurezza, che è un’energia pulita, sembra che noi non chiediamo altro, che ci lasciamo rassicurare, rifiutando i pareri diversi come questioni ideologiche e faziose, e ci teniamo invece i vantaggi, le facili prospettive di ricchezza – o almeno così appaiono.
Ma che cosa riceveremo, precisamente, in cambio? Perché mettere un drago nel nostro giardino? Saremo forse un po’ più ricchi, pagheremo meno la bolletta dell’energia elettrica, diminuirà qualche tassa comunale, saremo meno dipendenti dal petrolio e quindi da altri paesi? Forse.
Ci rassicurano: in Italia non può verificarsi né Chernobil né Fukushima. Ma il nucleare fa male solo in caso di terremoti o tsunami? Per il resto, è pulito e sicuro?
Non c’è modo di sapere se non ci sarà mai un errore umano. Anche se non ci fosse, non c’è modo di evitare i piccoli continui ‘incidenti’ che si verificano nelle centrali esistenti nel mondo, così ordinari da non essere nemmeno considerati tali. Il nucleare produce nel pianeta una radioattività che prima non esisteva, che viene in parte rilasciata nell’ambiente, un giorno dopo l’altro. Ogni organismo contaminato diventa a sua volta un trasmettitore, inclusi i corpi delle persone. Una lattina di carne in scatola ermeticamente chiusa può essere analizzata (con un esame condotto servendosi di minerali radioattivi) per sapere se è stata prodotta prima o dopo lo sgancio della prima bomba atomica: da allora, non c’è più niente che non sia contaminato dal fall out generato dall’impiego del nucleare per guerre, test militari e impieghi civili. Per anni Francia e Stati Uniti hanno ‘provato’ le loro bombe nei deserti o in mezzo al mare. La radiazioni se ne sono andate nell’aria, nell’acqua, nei tessuti animali, e a poco a poco sono state trasportate per il mondo dalle piogge, un’esplosione dopo l’altra, e sono ancora qua con noi. Poi sono arrivati missili, semplici proiettili, piccole atomiche poco visibili diffuse qua e là nelle guerre e anche in oggetti del tutto pacifici. Prodotti anche da noi, giorno dopo giorno.
Che ne è dei materiali che già oggi, negli ospedali, nei laboratori e nelle fabbriche entrano quotidianamente in contatto con le radiazioni? Che ne è delle piccole fughe, piccole contaminazioni che si accumulano già ora nel tempo e nello spazio, sovrapponendosi all’inquinamento atmosferico, alle onde elettromagnetiche, alla chimica che ingeriamo con gli alimenti industriali, con la frutta e la verdura coltivate lungo le autostrade e irrorate con il veleno? Quanto possiamo tirarla ancora, questa corda?
Gli americani, le scorie radioattive, le mettono in un buco in mezzo a un deserto di sale, New Mexico, ma perfino lì c’è dell’umidità, e alle goccioline che poi evaporano, gli atomi instabili affidano i loro magici raggi. Nemmeno il buco in mezzo al deserto è la soluzione, ma al momento è il male minore.
E da noi, invece, che fine fanno le scorie quotidiane e i rifiuti da impianti in dismissione? In teoria, va tutto nei buchi scavati qua e là, ma in pratica, possiamo essere sicuri che non finiscano in discarica com’è accaduto in Brasile, o non siano riciclati in un’altra lavorazione, com’è accaduto in Cina, o siano stoccati in una nave poi affondata in mare, com’è accaduto in Italia? Nel paese delle discariche abusive, della diossina nell’acqua, nella terra, nel latte, nel paese della ‘questione napoletana’, possiamo immaginare che tutto vada con nettezza e precisione in un buco in mezzo al deserto?
Ci sono dei morti. Cancri, leucemie, forse altre malattie, forse anche molte malattie non mortali.
Il numero di correlazione certa dei morti alla radioattività emessa da attività umane negli ultimi 60 anni è ignoto: si sa solo che ci sono stati e ci saranno dei morti. Sul nucleare vige molta incertezza e solo una certezza: qualcuno, prima o poi, muore. Certo, si muore anche per molti altri draghi nella nostra economia. Pattumiera e produzione energetica, industria chimica, trasporto su gomma...
Ma qualcuno in più, col nucleare, lo manderemo, suo malgrado e spesso a sua insaputa, volontariamente e d’accordo con i governanti che abbiamo democraticamente eletto, dritto in bocca al Minotauro.
Forse è ora di ricordarci che possiamo e dobbiamo essere noi, oggi, i nipotini di Arianna, Teseo e Giorgio.
lunedì 21 marzo 2011
libro di Ragghianti sulla tutela
Da questo libro, dalle sue dirette testimonianze e battaglie, si capisce molto bene come sono andate le cose e da che cosa deriva parte dell'attuale situazione. Non è una storia della tutela ma ci sono le tappe, le commissioni parlamentari, le leggi sbagliate, il fallimento dell'istituzione del ministero, e soprattutto la combattività, nonostante tutto, di un cittadino nel vero senso della parola e dei tanti che lui e altri seppero sensibilizzare.
Il volume, Carlo Ludovico Ragghianti. Il valore del patrimonio culturale. Scritti dal 1935 al 1987 raccoglie una selezione degli scritti di Ragghianti, antifascista e storico dell'arte, sulla tutela urbanistica, artistica e paesaggistica, scritti fra il 1935 e la sua morte, ed è già in distribuzione nelle principali librerie o acquistabile con lo sconto del 15% direttamente dal sito (e costa davvero poco). Lo trovate online al sito www.felicieditore.it
domenica 17 ottobre 2010
L’invettiva di gatto Pippo
- Signor Pippo, ci fa piacere trovarla in buona forma
- Già, qui fanno di tutto, poverini, per darmi quello di cui ho bisogno
- Perché dice ‘poverini’?
- Beh, perché non sempre riesco a far loro capire di che cosa ho effettivamente bisogno. Sa com’è, i tempi cambiano...
- Quindi è stato questo il motivo della sua...partenza?
- Già, volevo raggiungere una stazione ferroviaria, ma purtroppo mi sono perso
- E dove voleva andare?
- Veramente non lo sapevo nemmeno io, è solo che ero un po’ depresso
- Per come la trattavano?
- Sì, ma ripeto, non è colpa loro, è un problema generale, riguarda tutti i gatti di casa.
- Vuole spiegarlo meglio ai nostri lettori? Fra loro ci sono tanti padroni di gatti.
- Padroni?
- Volevo dire... amici dei gatti
- Ah, sì, vede, lei involontariamente ha nominato un aspetto del problema
- Vuole dire che la trattano come un oggetto di proprietà?
- Beh, a molti gatti capita. c’è meno sensibilità di un tempo.
- Dice davvero? Ma i gatti sono trattati molto bene, mi pare, si spendono un sacco di soldi per nutrirli e curarli!
- Dice davvero?
- Beh, sì
- A me però non pare che il risultato sia buono, parliamo del cibo per esempio.
- Cioè?
- Beh, voi umani avete sempre avuto la tendenza a darci gli avanzi. Invece di farci stare a tavola con voi, ci fate aspettare e quando avete finito ci buttate per terra ciò che è rimasto, questo almeno fino a un po’ di tempo fa.
- Ma ora le cose sono migliorate, no?
- Tutt’altro, va molto peggio!
- Come?
- Prima ci davate gli avanzi, ora siete passati direttamente alla pattumiera!
- Ma cosa dice, signor Pippo?
- So quello che dico, è un’umiliazione costante.
- Ma che cosa le dà il suo... amico?
- Che cosa mi dà? Viene lì ogni giorno e mi chiede: «Allora Pippo, che cosa vuoi oggi, l’umido o il secco?»!
La favola non ha una morale, ma a Pippo fu spiegato da tutti gli astanti che non si trattava di pattumiera, bensì di costosi ritrovati della moderna scienza nutrizionista. Pippo ne fu sollevato, ma pretese comunque di ricevere qualche volta un pezzettino di carnina dal piatto dei suoi amici adottivi, o di leccare la padella.
NB: la storiella è ispirata a una vicenda realmente accaduta, ma il vero signor Pippo non ha voluto rivelarci le reali motivazioni del suo fortunoso viaggio
mercoledì 23 settembre 2009
aggiornamento biblioteche
non ci sono buone nuove all'orizzonte, anche se non ho ancora perlustrato per bene il territorio dopo la mia assenza estiva. Ma la giornalista di Repubblica che avevo contattato, e che promise a me e a una funzionaria di biblioteca di fare uscire un bell'articolone in concomitanza con il congresso sulle biblioteche, non s'è fatta viva, e non risponde alle mail... che fare? si accettano suggerimenti
dritte alimentari
http://trashfood.com
lunedì 13 luglio 2009
biblioteche milanesi fatte a pezzi
Ecco cosa sta succedendo: due biblioteche milanesi, la civica centrale Sormani e la biblioteca d'arte del Castello, stanno perdendo a poco a poco pezzi del loro patrimonio, e noi con loro.
La biblioteca d'arte è stata divisa in due, spostando l'emeroteca in un'altra sede. Ci sono previsioni di riunire i materiali in una grandiosa biblioteca d'arte unica, ma chissà quando e, fra l'altro, azzerando definitivamete un'esemplare situazione storica e di sinergie culturali, come la vicinanza della biblioteca con i musei del Castello, la civica raccolta delle stampe Bertarelli, e altri archivi e biblioteche.
Da alcune settimane, poi, si può accedere all'emeroteca solo su appuntamento e solo un giorno alla settimana. Motivo: ohi ohi, manca personale, o meglio, se n'è andata una responsabile... o bella, che questa signorina avesse chiesto il trasferimento da anni lo si sapeva, e dunque?
Quanto alla Sormani, vagoni di libri e di ... cataloghi se ne vanno a poco a poco: anni fa è stato asportato il catalogo centrale cartaceo delle biblioteche lombarde, a tutt'oggi scomparso. Motivo: tanto c'è l'OPAC. Quantità ingenti di periodici sono state a poco a poco spostate in una sede decentrata, per la quale bisogna chiedere appuntamento. Sul resto di rivste e giornali si procede alla sostituzione con obsoleti microfilm. Molti volumi sono stati tolti dalla consultazione e ormai a scaffale resistono poche enciclopedie e dizionari.
Last but not least, poche settimane fa il prezioso quanto raro catalogo cartaceo con spoglio degli articoli dei periodici è stato rimosso, fra lo stupore degli stessi bibliotecari.
Mi pareva che nelle biblioteche più avanzate il computer non mandasse via il cartaceo, in fondo non sono due strumenti identici e totalmente sovrapponibili, come ogni buon ricercatore sa. Ma Milano no, è troppo moderna, non può tollerare che si ingombrino spazi con vecchie scartoffie, quando c'è il computer... ma c'è il computer???
Ecco la risposta della funzionaria al mio reclamo:
"il catalogo di spoglio soggetti periodici della Biblioteca Comunale Centrale di Milano, che conta circa 1.500.000 schede, è stato completamente digitalizzato grazie all’ausilio di una ditta specializzata aumentando notevolmente le potenzialità del catalogo stesso. Attualmente è possibile consultare il catalogo di spoglio, in formato digitale, solo rivolgendosi agli addetti di tutti gli uffici consulenza della Biblioteca. E' tuttavia allo studio la possibilità di rendere accessibile tale versione del catalogo presso le nostre postazioni OPAC a disposizione del pubblico..."
"Gli addetti di tutti gli uffici ecc." sono a quanto pare un paio e hanno ben altro da fare!
Nel fattempo, giganteschi e costosi catafalchi lignei sono stati posti con effetto posticcio a far bella mostra di sé nell'ingresso e nella prima sala, forse per celare la scarsa manutenzione di tutto il resto della struttura.
Dulcis in fundo, la Sormani è stata privata, sempre un paio di settimane fa, del suo punto ristoro con le macchinette per caffè, bevande e spuntini, “per motivi di ordine pubblico”.
E di Brera... della nostra Nazional Biblioteca, un'altra volta, ché qua troppo ci si dilungherebbe.
Contro il pensiero livellato o assente delle istituzioni-bozzolo a cui è sfuggita la farfalla, ecco a chi chiedere indietro il caffè, l'attenzione per la cultura, il catalogo di spoglio periodici e l'emeroteca della biblioteca d'arte:
http://www.comune.milano.it/dseserver/sportelloreclami/index.html
PS: non c'entra con Milano, ma si vocifera che nella civica biblioteca di Cassano d'Adda, da quando è stata votata una giunta di centro-destra, per ordine del sindaco non sia più a disposizione degli utenti il quotidiano sovversivo anarco-insurrezionalista a pochi noto e da pochissimi letto che risponde al nome di "Repubblica"... Trattasi di voce da verificare, ma qualora dovesse rivelarsi fondata, lascio a voi ogni commento e iniziativa, perché davanti a tanto mi va in blocco pure l'invettiva.
lunedì 25 maggio 2009
Piccole invettive spicciole come quella dei vigili inurbani
Il lettore pellegrino che per caso sia passato di qui più di una volta, avrà notato che questo blog, come migliaia di altri, langue da un pezzo.
Non è morto, però.
È nel cassetto dei progetti di lungo corso, quel pasticciato luogo di materiali misti, ricerche, invettive, racconti, documentari, e perfino forse idee per un film, che forse non scriverò mai, ma nemmeno abbandono.
E le invettive, poi, non c'è pericolo che si possano esaurire. Il blog resta aperto, perchè la materia con cui riempirla è talmente abbondante, che prima o poi erutta, irrompe, esce dalle paratie della mancanza di tempo e scivola bollente sulla tastiera e sullo schermo.
Mentre il magma lavico più urticante attende di ricevere una forma, vi scodellerò per oggi un paio di invettive piccoline, che però hanno la loro dannata importanza.
Ecco la prima: ricordate quelli che a Milano definivano “i ghisa” e che in generale si chiamavano “vigili urbani”? Avete notato che ormai da diversi anni hanno rinnovato il loro parco macchine, spesso anche la divisa, e sulle auto sono comparse scritte diverse, come “polizia municipale”? Ebbene, nel capoluogo sorvegliato dall'alto dall'aurea madonnina, si è sentito il bisogno di armarli, per combattere una criminalità che le statistiche darebbero in aumento (a dire il vero è in diminuzione, nel complesso). Personalmente non amo vedermi circondata da gente armata che per quanto abbia per compito quello di tutelarmi potrebbe anche avere qualche rotella fuori posto e decidere di fare il contrario. Ma non è questo il punto di cui voglio scrivere oggi. La mia verifica dell'effettiva “tutela” che questi signori ci prodigano per oggi vola più basso – ma non per questo ha meno significato.
Voglio scrivere di una mia recente esperienza che illustra un mutamento di funzioni che tutti conoscono, ma rispetto al quale nulla si fa.
Tutti sanno che, soprattutto sotto Natale e mai prima delle elezioni, la polizia municipale è preposta ad ingrassare le casse civiche applicando le contravvenzioni con maggior solerzia. Pochi si sono accorti, forse per la fretta, che il pedone, il tranquillo viandante, il cittadino, il turista, poco o nessun beneficio possono trarre dalla presenza di codesti signori in divisa.
Milano lentamente mima le capitali europee, allungando di un'oretta l'orario del metro' di sabato. Chi decide dunque di andare al cinema al secondo spettacolo al venerdì, continua ad avere il solito problema del ritorno a casa. Bisogna però ringraziare il Comune perché, almeno per alcune destinazioni, esistono alcuni mezzi di superficie che circolano più a lungo. Uno di questi, quello che serve a me, è la M1 sostitutiva, che segue all'incirca il percorso della linea 1 metropolitana. Col tempo, però, il percorso si è un po' modificato. Mi è capitato così di doverla prendere in un luogo dove la fermata era stata spostata (piazzale Cadorna). Non trovo indicazioni, ma scorgo un'auto della polizia municipale ferma a bordo strada e due vigili, maschio e femmina, che attendono di fermare qualche automobilista per i soliti controlli del venerdì sera (come mai loro sanno che il venerdì è uguale al sabato, quanto a frequentazione notturna della città?). Chiedo se sappiano indicarmi in che punto o strada laterale sia stata spostata la fermata. Si tratta di orientarsi all'interno di un'area molto piccola, dove guarda caso si trovano a svolgere il loro lavoro. Non lo sanno. Sono un po' sorpresa, devo ammetterlo. Più che altro, mi aspetto che urbanamente tirino fuori una cartina dell'ATM, o un cellulare o una radio-trasmittente, sfoglino uno stradario o si mettano in comunicazione con qualcuno che “sa”, insomma facciano qualcosa. In fondo siamo due donne, due cittadine, in difficoltà perché non trovano il mezzo per tornare a casa, ed è ormai passata l'una di notte. E una delle poche voci di aumento della criminalità riguarda la violenza sessuale (è vero che si consuma soprattutto fra le mura domestiche, ma insomma, li facevo più sensibili, diciamo così, questi armati individui, alla sicurezza delle signore in orari notturni). “Non è mica il nostro lavoro” è la cosa più carina che abbiano risposto. Peccato non potervi far sentire il tono urbano con cui si sono espressi. Non potervi mostrare l'espressione affabile. Non poter discorrere con voi de visu della cortesia di questa polizia municipale che ogni giorno si pone al servizio dei cittadini e delle cittadine, prodigandosi per la sicurezza e l'efficienza della circolazione nelle strade. Ma già, i pedoni non circolano. Non procurano soldi, possono andare in giro anche ubriachi senza essere sottoposti al palloncino. I pedoni camminano, non fanno battere cassa, e tutt'al più possono interessare ai controllori dell'ATM. Chiedete a loro, dunque, se vi trovate di notte in una strada di Milano senza sapere come tornare a casa. Dove trovarli? E che ne so, non è mica di mia competenza.