lunedì 13 luglio 2009

biblioteche milanesi fatte a pezzi

Care amiche e cari amici, l'invettiva di oggi è anche un appello a tutti gli utenti di biblioteche e a chi crede in una cultura libera e a disposizione di tutti: leggete e poi date il vostro contributo esprimendo la vostra invettiva al Comune di Milano seguendo il link qua in fondo.
Ecco cosa sta succedendo: due biblioteche milanesi, la civica centrale Sormani e la biblioteca d'arte del Castello, stanno perdendo a poco a poco pezzi del loro patrimonio, e noi con loro.

La biblioteca d'arte è stata divisa in due, spostando l'emeroteca in un'altra sede. Ci sono previsioni di riunire i materiali in una grandiosa biblioteca d'arte unica, ma chissà quando e, fra l'altro, azzerando definitivamete un'esemplare situazione storica e di sinergie culturali, come la vicinanza della biblioteca con i musei del Castello, la civica raccolta delle stampe Bertarelli, e altri archivi e biblioteche.
Da alcune settimane, poi, si può accedere all'emeroteca solo su appuntamento e solo un giorno alla settimana. Motivo: ohi ohi, manca personale, o meglio, se n'è andata una responsabile... o bella, che questa signorina avesse chiesto il trasferimento da anni lo si sapeva, e dunque?

Quanto alla Sormani, vagoni di libri e di ... cataloghi se ne vanno a poco a poco: anni fa è stato asportato il catalogo centrale cartaceo delle biblioteche lombarde, a tutt'oggi scomparso. Motivo: tanto c'è l'OPAC. Quantità ingenti di periodici sono state a poco a poco spostate in una sede decentrata, per la quale bisogna chiedere appuntamento. Sul resto di rivste e giornali si procede alla sostituzione con obsoleti microfilm. Molti volumi sono stati tolti dalla consultazione e ormai a scaffale resistono poche enciclopedie e dizionari.
Last but not least, poche settimane fa il prezioso quanto raro catalogo cartaceo con spoglio degli articoli dei periodici è stato rimosso, fra lo stupore degli stessi bibliotecari.
Mi pareva che nelle biblioteche più avanzate il computer non mandasse via il cartaceo, in fondo non sono due strumenti identici e totalmente sovrapponibili, come ogni buon ricercatore sa. Ma Milano no, è troppo moderna, non può tollerare che si ingombrino spazi con vecchie scartoffie, quando c'è il computer... ma c'è il computer???
Ecco la risposta della funzionaria al mio reclamo:

"il catalogo di spoglio soggetti periodici della Biblioteca Comunale Centrale di Milano, che conta circa 1.500.000 schede, è stato completamente digitalizzato grazie all’ausilio di una ditta specializzata aumentando notevolmente le potenzialità del catalogo stesso. Attualmente è possibile consultare il catalogo di spoglio, in formato digitale, solo rivolgendosi agli addetti di tutti gli uffici consulenza della Biblioteca. E' tuttavia allo studio la possibilità di rendere accessibile tale versione del catalogo presso le nostre postazioni OPAC a disposizione del pubblico..."

"Gli addetti di tutti gli uffici ecc." sono a quanto pare un paio e hanno ben altro da fare!
Nel fattempo, giganteschi e costosi catafalchi lignei sono stati posti con effetto posticcio a far bella mostra di sé nell'ingresso e nella prima sala, forse per celare la scarsa manutenzione di tutto il resto della struttura.
Dulcis in fundo, la Sormani è stata privata, sempre un paio di settimane fa, del suo punto ristoro con le macchinette per caffè, bevande e spuntini, “per motivi di ordine pubblico”.

E di Brera... della nostra Nazional Biblioteca, un'altra volta, ché qua troppo ci si dilungherebbe.

Contro il pensiero livellato o assente delle istituzioni-bozzolo a cui è sfuggita la farfalla, ecco a chi chiedere indietro il caffè, l'attenzione per la cultura, il catalogo di spoglio periodici e l'emeroteca della biblioteca d'arte:

http://www.comune.milano.it/dseserver/sportelloreclami/index.html

PS: non c'entra con Milano, ma si vocifera che nella civica biblioteca di Cassano d'Adda, da quando è stata votata una giunta di centro-destra, per ordine del sindaco non sia più a disposizione degli utenti il quotidiano sovversivo anarco-insurrezionalista a pochi noto e da pochissimi letto che risponde al nome di "Repubblica"... Trattasi di voce da verificare, ma qualora dovesse rivelarsi fondata, lascio a voi ogni commento e iniziativa, perché davanti a tanto mi va in blocco pure l'invettiva.

lunedì 25 maggio 2009

Piccole invettive spicciole come quella dei vigili inurbani

Il lettore pellegrino che per caso sia passato di qui più di una volta, avrà notato che questo blog, come migliaia di altri, langue da un pezzo.

Non è morto, però.

È nel cassetto dei progetti di lungo corso, quel pasticciato luogo di materiali misti, ricerche, invettive, racconti, documentari, e perfino forse idee per un film, che forse non scriverò mai, ma nemmeno abbandono.

E le invettive, poi, non c'è pericolo che si possano esaurire. Il blog resta aperto, perchè la materia con cui riempirla è talmente abbondante, che prima o poi erutta, irrompe, esce dalle paratie della mancanza di tempo e scivola bollente sulla tastiera e sullo schermo.

Mentre il magma lavico più urticante attende di ricevere una forma, vi scodellerò per oggi un paio di invettive piccoline, che però hanno la loro dannata importanza.

Ecco la prima: ricordate quelli che a Milano definivano “i ghisa” e che in generale si chiamavano “vigili urbani”? Avete notato che ormai da diversi anni hanno rinnovato il loro parco macchine, spesso anche la divisa, e sulle auto sono comparse scritte diverse, come “polizia municipale”? Ebbene, nel capoluogo sorvegliato dall'alto dall'aurea madonnina, si è sentito il bisogno di armarli, per combattere una criminalità che le statistiche darebbero in aumento (a dire il vero è in diminuzione, nel complesso). Personalmente non amo vedermi circondata da gente armata che per quanto abbia per compito quello di tutelarmi potrebbe anche avere qualche rotella fuori posto e decidere di fare il contrario. Ma non è questo il punto di cui voglio scrivere oggi. La mia verifica dell'effettiva “tutela” che questi signori ci prodigano per oggi vola più basso – ma non per questo ha meno significato.

Voglio scrivere di una mia recente esperienza che illustra un mutamento di funzioni che tutti conoscono, ma rispetto al quale nulla si fa.

Tutti sanno che, soprattutto sotto Natale e mai prima delle elezioni, la polizia municipale è preposta ad ingrassare le casse civiche applicando le contravvenzioni con maggior solerzia. Pochi si sono accorti, forse per la fretta, che il pedone, il tranquillo viandante, il cittadino, il turista, poco o nessun beneficio possono trarre dalla presenza di codesti signori in divisa.

Milano lentamente mima le capitali europee, allungando di un'oretta l'orario del metro' di sabato. Chi decide dunque di andare al cinema al secondo spettacolo al venerdì, continua ad avere il solito problema del ritorno a casa. Bisogna però ringraziare il Comune perché, almeno per alcune destinazioni, esistono alcuni mezzi di superficie che circolano più a lungo. Uno di questi, quello che serve a me, è la M1 sostitutiva, che segue all'incirca il percorso della linea 1 metropolitana. Col tempo, però, il percorso si è un po' modificato. Mi è capitato così di doverla prendere in un luogo dove la fermata era stata spostata (piazzale Cadorna). Non trovo indicazioni, ma scorgo un'auto della polizia municipale ferma a bordo strada e due vigili, maschio e femmina, che attendono di fermare qualche automobilista per i soliti controlli del venerdì sera (come mai loro sanno che il venerdì è uguale al sabato, quanto a frequentazione notturna della città?). Chiedo se sappiano indicarmi in che punto o strada laterale sia stata spostata la fermata. Si tratta di orientarsi all'interno di un'area molto piccola, dove guarda caso si trovano a svolgere il loro lavoro. Non lo sanno. Sono un po' sorpresa, devo ammetterlo. Più che altro, mi aspetto che urbanamente tirino fuori una cartina dell'ATM, o un cellulare o una radio-trasmittente, sfoglino uno stradario o si mettano in comunicazione con qualcuno che “sa”, insomma facciano qualcosa. In fondo siamo due donne, due cittadine, in difficoltà perché non trovano il mezzo per tornare a casa, ed è ormai passata l'una di notte. E una delle poche voci di aumento della criminalità riguarda la violenza sessuale (è vero che si consuma soprattutto fra le mura domestiche, ma insomma, li facevo più sensibili, diciamo così, questi armati individui, alla sicurezza delle signore in orari notturni). “Non è mica il nostro lavoro” è la cosa più carina che abbiano risposto. Peccato non potervi far sentire il tono urbano con cui si sono espressi. Non potervi mostrare l'espressione affabile. Non poter discorrere con voi de visu della cortesia di questa polizia municipale che ogni giorno si pone al servizio dei cittadini e delle cittadine, prodigandosi per la sicurezza e l'efficienza della circolazione nelle strade. Ma già, i pedoni non circolano. Non procurano soldi, possono andare in giro anche ubriachi senza essere sottoposti al palloncino. I pedoni camminano, non fanno battere cassa, e tutt'al più possono interessare ai controllori dell'ATM. Chiedete a loro, dunque, se vi trovate di notte in una strada di Milano senza sapere come tornare a casa. Dove trovarli? E che ne so, non è mica di mia competenza.

mercoledì 31 dicembre 2008

autogrill

Tre euro un arancino pallido; quattro euro un panino caldo fuori e gelato dentro; quattro euro una fetta di pizza gommosa e sbrodolante un sugo di media qualità (e cara grazia!). Ho l’abitudine, e non per risparmio, di scansare la versione più costosa , adorna di avvizzite fette di salamino. Prezzo normale per il cappuccio e la brioche. Ma il cappuccio non arriva all’orlo della non capace tazza, mentre per la brioche vi rimando senza dubbio all’invettiva iniziale.

Per lo meno hai una certezza: per qualche ora il tuo stomaco non si annoierà. Merito soprattutto delle salsette con cui si tenta di coprire il desolante miscuglio di sapori delle materie prime.

Comunque, ora ti senti sazia-o, e hai per lo meno ricordato l’odore della pizza.

Nulla da dire sul servizio: di solito è frettoloso e musone in tutte le catene di questo tipo, ma so bene che è principalmente una conseguenza del cattivo trattamento subito dai dipendenti (saranno poi assunti a tempo indeterminato, o interinali pure loro?), anche se, per la verità, non sono tanto disposta a scusare questo avvilimento diffuso, sia pure sintomo di una freddezza del contesto che non stimola il risveglio di qualità etiche e sociali.

Ma, devo dire, ci sono state anche calde, gradite, splendide eccezioni.

Il fatto è che non si può semplicemente bere un caffè e via, indolore. Sospetto una collusione con i ladri del parcheggio, che così hanno un po’ più di tempo, ma come sapete c’è obbligo di passaggio attraverso il tortuoso itinerario delle specialità regionali offerte dal market più costoso d’Italia. Ottimo per farsi una cultura sulla gastronomia nostrana, buona per le prime domande, quelle facili, de Il Milionario.

Momento di relax e di sano intrattenimento è quello offerto dallo spettacolo del simpatico porcellino di peluche semovente o del cagnolino che dà insistentemente la zampa, nelle versioni rosa, bianco e nero; qui comincia uno spazio di vera formazione socioantropologica sulle tendenze pedagogiche per grandi e piccoli: rassegna completa del giocattolo più paillettoso e kitsch, nonchè della manualistica per l’autoapprendimento di tutte le verità dell’esistenza, senza dimenticare le collane di manuali per tutti i software di un sistema già troppo nominato per rinominarvelo qui.

Sorvoliamo sul settore cd e dvd, perché l’offesa al pubblico italiano provoca il disgusto. Fa niente se siamo noi consumatori a determinare, dicono, le scelte della distribuzione.

Alla fine, si esce. Ma che si ritrova? Se nessuna portiera è stata scassinata, un veicolo rovente l'estate; meglio l'inverno, ma nulla giustifica la desertica, inospitale accoglienza che queste strutture riservano ai viaggiatori. Se c'è un albero, è un fuscello; se c'è una tettoia, ha all'incirca la profondità del parasole in cui di solito infiliamo il biglietto dell'autostrada.

Nei prezzi, per la verità, c’è chi batte cotal negozio, a pari qualità: si tratta del supermarket della Stazione Centrale di Milano (bottiglietta d’acqua piccola, indispensabile per il viaggiatore: circa euro 1,50). Sì, avete capito bene, è un supermarket, non il carrellino che ambula in testa ai binari. Ma bisognerà verificare i cambiamenti apportati dalla recentissima ristrutturazione della Stazione (una delle cento d'Italia che con molto battage hano ricevuto il lifting), che da quanto ho visto ha aperto sinuosi scaloni mobili, corridoi e uffici là dove un tempo era il nulla, grandiosamente spalancato dal gusto fascista.

Mi viene in mente poi un cappuccino bevuto di recente a Sorrento, in uno dei bar più anonimi e privi di classe della cittadina, pagato euro 2,00. E disgustosamente lattiginoso, per di più. Potrei scrivere un’invettiva solo su quello, se non altro per liberarmi dell’odiosa sensazione di beffe oltre al danno, provata quando la signorina del bancone, nel prendere il denaro, mi lanciò un dentatissimo “tutto bene?”. Ma come poteva pensare che andasse tutto bene, quella lì? Imparasse a fare un capuccino, mannaggia.

Che dire? Di questa decadenza si accusa ancora il capitalismo, la smania di arricchirsi possibilmente imitando il sistema americano e la sua standardizzazione. Ma sarà così? O sarà semplice vecchia rassicurante avidità eretta a sistema? Vi do solo un saggio della mia esperienza americana.

Ero sulla 491, oppure sulla 64, insomma in New Mexico, nel bel mezzo di un deserto dove occorre avere il serbatoio ben pieno perché i distributori scarseggiano. Finalmente giungiamo a una casetta, circondata da camion, cosa che da noi si intende di solito come garanzia di buona cucina. Il fatto è che lì non c’era scelta, monopolio assoluto, peggio dell’autogrill.

Quindi entriamo, affamati, dato che le scorte di frutta, formaggio, avocado e pane di pasta acida erano terminate da tempo; che delizia! Ci accoglie un colibrì, intento come spesso accade da quelle parti a succhiar del miele da un aggeggio appeso lì fuori. Dentro, ci fanno accomodare due graziose e grinzose signore che ci servono i loro home-made dishes, semplici e gustosi – niente ketchup, niente french chips.

Qualche giorno dopo, credo in Colorado, in un altrimenti stereotipato paesetto reso ricco dalla pratica del rafting, prendiamo il tè nella casa-caffè di altre simpatiche sciure, assaporando deliziose torte fatte con mani memori di ricette nonnesche. Questo è l’aspetto magico degli Stati Uniti: sono la culla dell’omologazione santificata, ma anche la culla della diversità insopprimibile, di qualcosa che ha un sapore grato di creatività e non di rado anarchia, altrimenti detta libertà.

A meno che fossimo incappati per caso e due volte di fila nella tipica intrapredenza delle coppie lesbiche un po’ annoiate…

giovedì 30 ottobre 2008

registi americani di sinistra

Into the Wild: come dice Crespi dell'Unità pur non essendo un capolavoro, può far innamorare. Ma è giusto innamorarsi di simili film - e di simili personaggi? Brontolin tenterà ora di fornire un antidoto per chi sia stato vittima del maleficio, con la speranza che sia non tanto letta come un'invettiva contro Sean Penn, quanto come un modesto contributo a chiarire meglio che non sempre onestà e coerenza sono presenti in tanti film che hanno il difetto di abbindolare facilmente. E tanto peggio se il regista dichiara di avere una missione morale e politica!

il problema, con questo film, è che si tende a giudicarlo attraverso l'idea che ci si forma del personaggio. Invece bisognerebbe andare oltre il personaggio, che può essere capito solo se si capisce il film!
ecco, in sintesi, il percorso creativo che ha stratificato tre costruzioni diverse dello stesso mito americano, producendo Into the Wild (taccio molti dettagli, naturalmente).

1) prima Christopher McCandless, nutrito di letture come Tolstoj, London e Thoreau, straccia la propria identità per costruirsene una nuova, con tante buone intenzioni e coraggio, ma anche con tanta polpa di stereotipi. infatti, ben oltre i viaggi solitari degli scrittori beat, alexander supertramp veleggia sicuro verso un autoconsacrazione-fusione con l'immensità e libertà della natura, rispetto alla quale forse la morte non era il finale previsto. Forse sotto sotto prevedeva di tornare a casa e diventare un famoso scrittore, a partire dalla propria autobiografia romanzata: non per niente scriveva un diario in terza persona!
perchè la natura che Alexander ha in mente non è neutra, è quella appresa attraverso strati e strati di accumulazioni culturali, è la wilderness americana, pericolosa, affascinante, ma anche e soprattutto legata a un senso mistico di predestinazione alle grandi cose che tocca tutti gli americani, proprio perchè gli americani sono identificati da questo:
gli americani non sono il popolo eletto perchè vi deve nascere il messia. sono il popolo eletto perchè hanno costruito la propria identità attraverso il viaggio e la conquista della natura selvaggia, hanno sfidato l'immensità degli spazi, hanno coabitato con l'ambiente più ostile, vi hanno stabilito la propria piccola cellula abitativa, e nella solitudine hanno trovato il proprio orgoglio e la base del proprio diritto di proprietà (e di espansione ad libitum).

2) per secondo arriva Jon Krakauer, l'alpinista-giornalista, che unisce il mito al borsellino, l'utile al dilettevole, e come un vero attore addestrato sul metodo Stanislavski s'immedesima, ripercorre le tappe di Alexander, ricostruisce il suo cammino, incontra le stesse persone, succhia le stesse visioni, patisce lo stesso gelo e infine scrive un best-seller!

3) last but not least, ecco Sean Penn, che stanislavski ce l'ha nel curriculum, eccolo leggere il libro, rifare la stessa cosa, costringere anche la troupe a scalare collinette con tutta l'attrezzatura e ricreare visivamente il mito, romantico-americano mito dell'uomo che, diversamente dal romantico europeo, nel confrontarsi con l'immenso, non scompare né resta minuscolo testimone, ma a sua volta giganteggia, conquista le altezze dei monti e soprattutto le profondità del proprio spirito e le mitizza, le mostra come modello da imitare, santo e martire di un'idea di libertà individuale che seppur sconfitta sul piano materiale - perchè di sconfitta si dovrebbe trattare - invita a seguirlo, ciascuno nel suo piccolo, ciascuno a costruire a modo suo il proprio mito di libertà per poi ...consacrarlo alla famiglia. Come ben s'intuisce dalla chiusa.

non per niente, come giustamente ha notato paola, un film che dovrebbe trattare di un rifiuto, di un sottrarsi al benessere e alle "cose". è fatto invece con uno stile ricco, patinato, alla National Geographic, uno stile che assomiglia di più alla provenienza di Cristopher, che alle peregrinazioni di uno straccione!

ma come fanno quelli di Report, voglio ora aprire anche una piccola finestra di positività elogiando un altro film fatto da registi e attori "impegnati". apparentemente stupido e privo di significato, è in realtà un film cui non difettano quelle qualità di onestà e coerenza che Into the Wild non contempla, e che infatti è assai più riuscito, nella mia modesta opinione.

i due perfidi Coen, fratelli quasi siamesi continuano ad alternare film più intensi e film più leggeri: con Burn after reading - A prova di spia si sapeva già che toccava alla leggerezza. Mai peraltro esente da ironia e sarcasmo: il focus è l'assurda piccineria scombinata e ridicola delle motivazioni e delle scelte che guidano i personaggi in gioco.

E poichè i Coen, a differenza di Sean Penn e di molti altri, sono di quelli capaci di adeguare stile e struttura a ciò che vien narrato, o meglio ne fan tutt'uno, ne viene fuori un film che, per l'appunto, gioco scombinato e ridicolo è.

Ce lo conferma genialmente la chiusura.

Non è il capo della CIA a parlare con il suo vice, ma sono gli stessi Coen, che si pongono l'un l'altro la fatale e qui spassosa domanda. Una domanda che - fuor dalla battuta - molti dovrebbero porsi un po' più spesso, con la stessa onestà nella risposta.

Che cosa abbiamo capito da tutto questo?
Abbiamo capito che non lo dobbiamo fare più.
Già, solo che non sappiamo che cosa abbiamo fatto!

mercoledì 1 ottobre 2008

aggiornamento sondaggio brioche e socialità

Terminato il primo sondaggio, mie/i care/i, il risultato è il seguente: solo quattro votanti (eppure il traffico qua sopra comincia lentamente a infittirsi); vincono i sì alla crociata antibrioche surgelate con il 100%. Solo il 50%, tuttavia, la pensa come crociata costruttiva, cioè si immagina come soggetto attivo con un suo pur modesto potere di intervento, fosse anche "solo" il chiacchierare con il barista del prodotto che smercia, magari col risultato di fare una colazione che nutre sé e gli astanti di energia, informazione, contatto e scambio. Non che per me sia facile, sono timid* con gli estranei e anche quelli meno estranei, ma penso sia importante fare lo sforzo del primo gradino, dopo il terreno si spiana e si aprono mattinate che iniziano con un colore diverso dal solito.

Contro chi dunque, l'invettiva odierna? Ma contro mutismo e rassegnazione, carissime/i, contro la timidezza come scusa, il poco tempo come scusa, la paura del conflitto come scusa. Per non cambiare mai.

Buona giornata e buone chiacchiere.

lunedì 29 settembre 2008

iperfantasmi

Non m’intendo un granché di architettura, ma ho l’impressione che i progetti per centri commerciali, outlet e quant’altro seguano criteri per lo meno surreali.

Pare che l’accettazione di un progetto dipenda da alcuni criteri fissi e da altri variabili a seconda della posizione geografica. Gli architetti si trovano davanti un’area, a volte molto vasta, e una richiesta basata su un'esigenza funzionale: dato il rispetto per quei pochi criteri, possono sbizzarrirsi - tanto chi ne capisce fra i vari amministratori che devono dare l’ok - anche se poi non fanno che scopiazzarsi.

Fissi: risparmio (non significa che vince il progetto più economico, ma quello che dichiara più risparmio – non si sa bene rispetto a che cosa).
Variabili: interessi delle parti e qualità dell’integrazione nell’ambiente circostante.

Sugli interessi delle parti lascio le invettive a sociologi, politici, economisti e comuni cittadini.
Sull’ultimo fattore, invece, vorrei esprimere il mio personale disappunto.
Se il progetto viene realizzato in città, l’integrazione dipenderà da volatili fattori di coerenza con la storia culturale, architettonica e urbanistica di quella città.

Ciò significa che, se costruisco per esempio a Milano, sarò favorito se uso un bel po’ di mattone rosso, qualche profilo di facciata a capanna, oculi rotondi e se proprio vogliamo fare i raffinati la distruzione-recupero di frammenti di un edificio preesistente. Guarda caso criteri analoghi varranno anche a Torino... ma, sorpresa, non sembrano molto diversi in molte altre aree d'Italia e d'Europa. Insomma, tutti questi sforzi per localizzare l'emblema della globalizzazione sembrano destinati a fallire: strano!

Caso: lo spazio urbano è fitto di altri edifici e ristretto. Posso scegliere fra due opzioni: progetto poco visibile, di basso profilo, che non scontenta nessuno. Progetto “audace”, molto visibile, che si innesta solitamente con una forma geometrica semplice e materiali vistosi in un contesto che ne viene così spezzato ed eventualmente esaltato per contrasto. Quindi, se c’è un’amministrazione di destra propongo il primo, se di sinistra il secondo.
Pertanto: se c'è la destra, farò uno scatolone rosonato coperto in klinker simil-cotto, la cui foggia non offenda la skyline - ché mica sono Zaha o Daniel. Se invece c'è - ma questo sarà a lungo difficile - una sinistra molto progressista, proprorrò liberamente - entro il budget - superfici ondulate, labirinti a più livelli, corridoi biomorfi e vistosi tetti coperti di pannelli fotovoltaici, ma inserendo al centro la vecchia ciminiera restaurata.

Tuttavia, a fronte di progetti di grandi architetti che promuovono la bellezza nel nuovo e nel bizzarro, se non sono uno di loro, devo ricordarmi che oggi prevale la tendenza a premiare in ogni caso il basso profilo, per lo meno in città, dove è facile offendere qualcuno.

In periferia e in campagna, il discorso cambia. L’importante è capire se ci troviamo appunto in periferia o in campagna. Ciò non dipende dalla vicinanza di una grande città. Città, campagna e periferia si alternano ovunque a macchia di leopardo. Un centro commerciale può essere costruito ad esempio alla periferia di Gorgonzola. Se ci sono un po’ di capannoni industriali, capannoni-negozi e capannoni-ristoranti uno dietro l’altro lungo un asse viario, siamo in periferia.
Se mi trovo in campagna, magari una campagna di lussuose seconde case, il principio del rispetto del territorio e delle sue tradizioni diventa stringente. Poniamo di costruire un'iperqualcosa in Toscana, terra dei più antichi decreti urbanistici restrittivi che ha portato la piazza di Siena ad essere fra le prime tutelate: tuttora vale il criterio delle tendine marroni per tutti, compreso Mac Donald.
In codesta regione, proporrò anzitutto rivestimenti di pregio, colori mimetici, basso "impatto ambientale". Dovrò aver cura particolare per la piantumazione in filari di sapore carducciano, dove passeri e rusignoli possano nidificare. Ma se mi trovo, nella stessa regione, in periferia, dovrò proporre un recupero e valorizzazione della cultura del territorio, con rivestimenti di simil-pregio, colori un po' meno mimetici e una piazzetta dove le persone possano incontrarsi come una volta.

Se invece mi trovo, poniamo, nella periferia di Roma, avrò bisogno di forme e materiali innovativi, che riqualificano le aree di edilizia popolare con un innesto vistoso, futuro punto di riferimento per migliaia di cittadini in cerca di novità. Potrò ad esempio basare l'attrattiva del luogo sui rivestimenti colorati. A mo' di esempio cito con qualche libertà da un sito: "Il visitatore è infatti sorpreso da un disegno articolato che si sviluppa sulla pavimentazione: una stella nera a 8 punte, in nero cerchiata da una fascia in giallo. La composizione, di 5 metri e mezzo di diametro, circonda il pilastro collocato a metà galleria. Particolarmente suggestivo l'accostamento dei colori, nonché l'andamento ondulato del disegno, i cui diversi elementi sembrano giocare muovendosi in direzioni diverse. Questo alternarsi di linee, tratti e colori si ritrova anche al piano terra: un'altra stella a 8 punte e 3 grandi soli a 24 punte, di circa 6 metri di diametro, anch'essi chiusi da una fascia circolare in giallo. Tutta la restante pavimentazione è invece in simil travertino, capace di creare un'atmosfera luminosa ed elegante"... tutti a giocare con i disegni e i colori dei pavimenti, dunque, utilissimi nell'indicarci visivamente i percorsi più funzionali per accedere ai vari negozi! Meno utili, nella ripetizione di stelle o rose o cerchi concentrici che siano, per aiutarci nel non facile orientamento interno (per non parlare dell'orientamento nel parcheggio). Ma pazienza.

Un caso a se stante è quello della Brianza, una delle zone più devastate dal progresso postbellico: talmente devastata, che la presenza di qualcosa di bello là in mezzo viene immediatamente percepita come un'emergenza monumentale che le Belle Arti proteggono o dovrebbero proteggere, a patto che abbia più di un secolo. Quindi devo anzitutto informarmi su che cosa ci sia di bello lì vicino. Se ad esempio sono nei pressi di una certa cappella con affreschi che raccontano la vita di San Bisbetico, famoso monaco di clausura, chiamerò il mio progetto Orti di San Bisbetico. Poi procederò come segue: se c'è tanto spazio, costruirò un bel centro commerciale come pare a me, liberando la mia immaginazione, tanto il dintorno è talmente stratificato che non c'è materiale tipico usabile - a meno che i soldi me li dia uno della Lega. Inoltre potrò piantare molte decine di alberelli negli spartitraffico vicini, di modo da ottemperare agli oneri di urbanizzazione dando molto ossigeno... alla mia immagine di progettista sensibile al paesaggio e alla natura.

Altro caso particolare è quello della periferia continua legata all'A4, in particolare nella tratta Rho-Venezia. Lungo questo serpentone posso concentrare due tipologie di progetto: l'iperbrutto, tanto non si rovina nulla, e l'ipervistoso, che dall'autostrada lo vedono tutti ed è una bella pubblicità.

Ma la mia invettiva parte da un altro ordine di constatazioni. Il reticolato di strade esistenti in Italia, la struttura degli abitati, la densità di veicoli non sono fatti per accogliere questi iperfunghi cittadelle dello shopping.
Dove ne nasce una nuova, oltre a perdersi una linea dell'orizzonte, si perde un modo di vivere.
Il traffico delle città all'ora di punta viene immediamente replicato intorno al nuovo bubbone. Proliferano anelli concentrici di strade, vere e proprie circonvallazioni con rispettive rotonde. Forse una strategia per svuotarci la testa ancor prima di entrare? Ponti e sottopassi trasformano anche in verticale la percezione del territorio. Cotto o non cotto, qualunque memoria è cancellata. Divenuta un'area off-limits per i pedoni (ad eccezione dell'ampio parcheggio), si trasforma in inferno per chi si trova a passar di lì in auto di sabato o ahimè anche di domenica.

La Torre Velasca non ha colpa, ma la valorizzazione del territorio italiano passa attraverso il profilo che ricorda il vicino maniero.
Il materiale si giostra con poco o nessun significato fra "natura" e "cultura", la forma fra "tradizione" e "innovazione", la dimensione dipende dalla disponibilità di appezzamenti ex agricoli da trasformare in vie di accesso, mentre il risultato fisso è l'implosione del traffico circostante.

Percorro le campagne e ogni settimana vedo aprirsi nuovi baratri nel corpo della terra già offesa da contadini non più affezionati al loro lavoro, o devastata in ogni modo dal trionfo della logistica su gomma. Sembra che non ci sia più un salvabile da salvare. Che se ne faranno i bambini della salvaguardia di un campo vuoto, lì, fra la superstrada e l'ipercosone? Anzi, meglio farlo fuori, potrebbero accamparsi gli zingari. Ma c'è una speranza. Sotto l'iperpiaga c'è una bolla speculativa: sono troppi, troppo vicini uno all'altro. In più qualcuno ricomincia a comprare il latte e il formaggio dal fattore, o si organizza in gruppi d'acquisto solidale. Molti di questi distributori di merci falliranno, mi auguro, e sarà un nuovo orizzonte di archeologia postindustriale, attraversata in notturna, per gioco e per avventura, da migliaia di nomadi a rotelle, o abitata dai pellegrini di domani.

giovedì 18 settembre 2008

contro le bambine















Ma che dico? Perchè mai dovrei inveire contro le bambine? Mai idea più balzana mi è passata per la testa. Forse che le bambine di oggi sono peggiori di quelle di un tempo?
Le cose non cambiano: la retorica dei bei tempi andati non ha alcun significato. Le bambine di oggi sono belle e brave come le bambine di sempre, non meritano un'invettiva ma una celebrazione; sono dolci, carine, socievoli, magari appena un po’ timide. A volte un po’ capricciose, questo sì, solo un po’ più capricciose di com’erano dieci o venti o forse cinquant’anni fa, ma sono cert* che ciò sia dovuto alla maggior disponibilità di cose, null’altro.

In fondo forse sono semplicemente pù volitive, hanno più carattere e le idee più chiare. Parlano prima, è ovvio che chiedano anche prima. Sono più intelligenti; anche più belle. Beh, per essere sincer* dovrei dire che le trovo più attraenti, più affascinanti, più complesse. Hanno sempre un’aria più grande di quello che sono. Si sanno vestire. Si sanno perfino truccare. Sono precoci, questo sì.

Qualcosa in effetti è cambiato, ma sicuramente in meglio. Sanno ballare molto presto, e spesso anche cantare: hanno un gran senso del ritmo. Sanno occupare la scena e attirare gli sguardi (e i riflettori) su di sé. Si può dire che realizzino il loro scopo "naturale" già nei primi anni di vita, un vero trionfo rispetto ad aspettative e tradizioni millenarie: vere donne, fin da piccole.
Del resto, in tutto ciò sono aiutate: non è un caso se le bambine odierne sono così abili a muovere i fianchi e per contro poco inclini a perdersi nei boschi, incontrare lupi cattivi, mangiare crostate di frutta fatte in casa e dialogare con ranocchi. Oggidì i loro corpi hanno modo di svilupparsi armoniosi grazie ai molteplici impegni sportivi cui hanno facile accesso, seguite da validi trainer che sanno consigliarle anche nell’alimentazione, molto meglio di qualsivoglia libro di ricette o antiquato consiglio nonnesco.

Un grande avanzamento culturale, dunque. Oggi le fanciulle crescono sane grazie alla protezione di cui usufruiscono, nelle loro case, palestre e scuole comode, lontane dai pericoli, igienicamente controllate. Niente sporco, terra, fango, sassi con cui farsi male: locali climatizzati e supplementi alimentari. Precoce capacità di muoversi sulla rete identificando ottimi siti per lo shopping da casa. Niente incidenti all’aria aperta o bacche velenose. Sono fortunate: belle, intelligenti, flessuose, atletiche, protette, interessanti e ricche.

Il fatto miracoloso, imputabile a una grande capacità di sfruttare a volte anche il poco fino in fondo, è che perfino se i loro genitori non sono particolarmente abbienti loro riescono sempre ad assomigliare a delle bambine ricche, piene di giochi, bambole, telefonini, vestiti, cartelle, diari. E hanno un formidabile gusto nello scegliere: solo le cose più costose, di marca; e tutto in tinta.

Tutto rosa, per dire la verità. Pare che il gusto nell’abbinamento dei colori, oggigiorno, si sia evoluto al punto che non si abbinano più solo nell’individuo, ma in modo transpersonale. Solo le femmine, però, hanno raggiunto questo livello eccelso di raffinatezza. Ho visto intere prime elementari in cui, mentre i maschietti creavano, come pare che loro si addica, una gran confusione, le femmine offrivano una splendida panoramica di un rosa omogeneo, pervasivo, incredibilmente coordinato fin nei minimi dettagli, nell’abbigliamento come negli accessori.

E poi il femminismo ha di certo lasciato un segno positivo, anche se non tutti sono d’accordo. Le bambine di oggi hanno idee chiare anche culturalmente; ad esempio nella scelta delle loro prime letture, non si contentano più di leggere fumetti di un tipo qualunque. Invece che Topolino, le bambine di oggi leggono Minnie. Insomma, non devono aspettare di esser grandicelle per accedere a contenuti fatti su misura per loro.

Per non parlare della costruzione della loro personalità: hanno conquistato una vera consapevolezza della loro identità di genere, anzi, oserei dire della loro sessualità. Non più costrette a nasconderla fino ad un’età più avanzata, sanno mostrarla con molta naturalezza già verso i tre-quattro anni: avrete notato certamente quante bimbette sulla spiaggia indossano il due pezzi, e non di rado portano minuscole simpatiche ciabattine di gomma con un filo di tacco!

Dimentiche di un tempo ormai superato in cui l'obbligo dell'originalità spingeva le bambine di ieri a un'eccessiva ricercatezza e distinzione, le bambine oggi si sono gettate quell'egocentrico snobismo dietro le spalle e hanno raggiunto uno standard di superfemminilità splendidamente omogeneo ed accurato, facile da mettere insieme e da replicare: un'eredità preziosa e funzionale anche per quelle che verranno.

Qualcuno potrebbe essere tentato di leggere in questi eventi un segno dei tempi che cambiano, e forse sì, è vero, è in corso un’evoluzione generale. Tuttavia devo dire che la sostanza rimane immutata: le bambine erano e sono belle, brave e intelligenti, dolci e obbedienti. Anche se, avendo più carattere, spesso protestano e piangono tutte le loro lacrime (cosa che com’è noto ai genitori italiani si addice alle bambine più che ai maschietti) le bambine di oggi hanno ben chiaro il loro ruolo futuro, pur se con un’idea della loro indipendenza e sessualità certamente più marcata di un tempo. I giochi che scelgono non sono cambiati: bambole, passeggini, carrozzine, set di cucina completa, casa della Barbie. Certo c'è stato uno sviluppo: i giochi sono più complessi, adeguati alle moderne tecnologie di telecomunicazione, le bambole piscianti non sono più un problema e i corredi sono aggiornati con tutto l'occorrente per la vera casa interfacciata: ad esempio, un sensore attiva un allarme che avvisa il robot badante della necessità di cambiare il piccolo, mentre i movimenti delle bambole più grandi sono monitorati atraverso chip inseriti nei vestitini, cosicchè non ci sia mai di che preoccupparsi e rimanga anzi del tempo libero. Inoltre, dai giorni in cui l'unica bambola con i seni era la Barbie, n'è passata di acqua sotto i ponti. Tramontata l'era dei supereroi, le nuove supereroine, audaci, sportive e scattanti, mostrano chiaro il segno della loro armoniosa femminilità.

Le bambine di oggi, come e più di un tempo, sono perfette miniature delle loro madri, anzi prefigurazioni di future madri migliori, grandemente aiutate in questo dai numerosi modelli che vengono forniti loro da un ambiente domestico e sociale che vieppiù supplisce alle carenze inevitabili delle madri e dei padri, del loro tempo, della loro disponibilità a mettersi in gioco e capacità di orientarle, crescerle, amarle, renderle libere e cosapevoli, capaci di essere se stesse e di costruire piano piano la loro singolare identità e una sana relazione col mondo. Che cosa potrebbero ricevere di più?

Che dire, infine, di questa generazione di bel(ve)line? che siano un po' posticce, omologate, nutrite di pillole, iperprotette, carcerate fra quattro pareti, molto condizionate e poco educate, circondate di beni di consumo e di modelli stereotipati, regredite a oggetti iperprogrammati di una cultura di rinnovato sessismo, bimbe dall'orizzonte rosa pronte a sculettare davanti al primo cavaliere azzurro che si presenti via internet, poi al secondo, e al terzo?
No, niente banali invettive, per oggi, le bambine meritano di meglio. Io ho detto la mia: a voi la riflessione.